L'eco della rete: Al tramonto le superbufale pascolano sui Monti - n°37/2012 (Archivio)
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    Romano Prodi
     I commenti sono disabilitati per questo video 12-12-2012
     CopyLeft: Fiorenzo Fraioli

    La "Lectio magistralis di Romano Prodi all'Università per Stranieri di Perugia" a partire dal minuto 33'29''. Simpatica la scelta di disabilitare i commenti.

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     Basta giocare, dobbiamo scegliere! 10-12-2012
     CopyLeft: Fiorenzo Fraioli

    Ascoltiamo tutti con attenzione e spirito critico, ben attenti alle parole, al loro significato e alla loro fedeltà ai fatti realmente avvenuti. Poi scegliamo la narrazione dei fatti che ci sembra corretta, vera e giusta.

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    Basta giocare, dobbiamo scegliere!
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    Van Rompuy
    leader dei merkeliani
     Tra folle plaudenti a Piazza Venezia 10-12-2012
     CopyLeft: Fiorenzo Fraioli

    La storia si ripete: nel 1943 la resistenza era egemonizzata dai comunisti, ma le forze moderate ebbero l'intelligenza di capire che era necessario costruire un fronte comune, il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), per cacciare i nazisti e riconquistare la libertà. Per poi regolare i conti in patria, come avvenne con le elezioni del 1948.

    Oggi, settanta anni dopo, le forze di sinistra devono fare lo stesso: unirsi in un fronte sovranista comune, anche se questo sarà egemonizzato dalle forze moderate. I conti li regoleremo dopo aver liberato la nostra Patria dai merkeliani.

    Anche se questo dovesse significare essere alleati di Berlusconi? Ebbene sì, anche in tal caso! I conti, ancora una volta, li faremo dopo aver riconquistato la libertà.

    Nota: leggere tutto l'articolo, prima di giungere a conclusioni sconclusionate...

    Link suggerito: Financial Times: La Politica fa Scoppiare la Bolla Monti (Wolfgang Münchau)

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    Lo spread che sale, la borsa che scende, le dichiarazioni dei vertici dell'Unione Europea, la spropositata eco propagandistica concessa alla cerimonia per il "Nobel all'Europa". Tutto questo, e molto altro ancora, mi ha convinto a rompere gli indugi: sosterrò alle prossime elezioni politiche chiunque si pronuncerà, in modo chiaro e inequivocabile, per la riconquista della sovranità nazionale, e quindi per l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea.

    E se questo significasse sostenere Silvio Berlusconi? Allora, signori miei, sosterrò Silvio Berlusconi! La qual cosa non è affatto detta, perché nulla trapela sulle reali intenzioni del Cavaliere. E' davvero intenzionato a cavalcare la bandiera dell'uscita dall'euro, come sostiene Crosetto (almeno in conversazioni informali n.d.r.), o sta solo facendo pretattica, nella speranza di adire la strategia del ricatto, e strappare per questa via, ai merkeliani, le condizioni più favorevoli per gli interessi suoi e del suo clan? Questo non ci è dato saperlo, sebbene le reazioni scomposte cui stiamo assistendo, dopo l'annuncio del suo ritorno in campo, lasciano immaginare la possibilità che il Cavaliere possa davvero diventare l'alfiere di uno schieramento favorevole a chiudere l'infelice esperimento della moneta unica.

    So bene che questa dichiarazione mi costerà molte amicizie, e farà nascere molti equivoci. Già me li immagino i miei conoscenti di destra e centrodestra, berlusconiani convinti, venirmi a dar pacche sulle spalle, ben lieti di avere un argomento in più nella loro eterna polemica con la sinistra e il centrosinistra. Li lascerò fare, come le brigate partigiane comuniste lasciavano fare alle formazioni bianche, e aspetterò che, anche nelle loro fila, altri facciano la mia stessa scelta. Perché di una cosa sono convinto: di patrioti ce n'è a tutte le latitudini politiche, dai comunisti più infervorati ai liberisti più fanatici, ma tutti loro lasceranno i rispettivi schieramenti quando capiranno che la battaglia campale per la libertà della Patria sta per incominciare.

    A destra: Vidkun Quisling, leader del partito fascista norvegese

    Sarà una battaglia campale, ma non decisiva. La lotta per sconfiggere definitivamente il disegno imperialista della Germania merkeliana, sostenuta dai numerosi Quisling imposti ai popoli dell'Europa mediterranea, non sarà breve, come non lo fu il periodo della resistenza ai nazifascisti. 

    Parole troppo forti? Solo per chi non sa leggere i fatti, o si rifiuta di farlo per cecità ideologica o, peggio, interesse personale. I fatti parlano chiaro, anzi chiarissimo:

    1.  La Germania e la Francia vollero l'Italia nell'Unione Europea per tenerla sotto controllo, in particolare per frenarne l'esuberanza industriale. Questo articolo di Claudio Messora, che contiene un'intervista a Nino Galloni, è chiarificatore. E se non bastassero le parole di Nino Galloni, almeno fidatevi di quello che diceva Giorgio Napolitano (proprio Lui, il Presidente) nel suo intervento alla Camera dei Deputati del 13 Dicembre 1978 (vedi anche "Ecodellarete: La Verità è ccom’è la cacarella")
    2. L'architettura europea è stata costruita a partire dalla moneta. Questo processo ha visto una fase transitoria costituita dall'adozione di un sistema di cambi fissi, lo SME. In un sistema a cambi fissi i paesi più deboli, per sostenere il proprio cambio, innalzano i tassi di interesse, mentre i paesi più forti, per contenere la domanda della propria valuta, possono ridurli. Così facendo, i paesi più deboli avevano una sola alternativa: rinunciare a finanziare le proprie infrastrutture, oppure farlo, ma al prezzo di un forte aumento del debito pubblico. I paesi più forti, al contrario, potevano infrastrutturarsi ad un costo inferiore, oppure, a parità di costi, infrastrutturarsi di più. Soprattutto, cominciavano a manifestarsi squilibri nei saldi delle bilance commerciali tra i paesi del centro e la periferia.
    3. Lo SME, pur essendo un sistema di cambi fissi, prevedeva oscillazioni e periodici riaggiustamenti. Con la moneta unica, introdotta nel 1999, questo non è più possibile, per cui gli squilibri iniziano ad amplificarsi. Un'immagine plastica ci è fornita dai saldi della bilancia dei pagamenti dei principali paesi europei, fornita dal FMI, i cui differenziali esplodono proprio in coincidenza dell'adozione dell'euro.

    Ed è proprio l'esplosione dei differenziali nei saldi delle Bilance dei Pagamenti a fornirci la "pistola fumante" che inchioda alle loro responsabilità sia la Germania che le classi politiche che, nei paesi mediterranei, hanno sostenuto il piano di annessione.

    Vi sembra plausibile la tesi secondo cui, a partire dal 2000, tutti i paesi mediterranei (Francia compresa) sono diventati corrotti (e quindi sono andati in deficit) mentre solo la Germania è diventata improvvisamente virtuosa, andando in surplus? Per altro dopo un decennio in cui era stata costantemente in deficit mentre tutti gli altri paesi mediterranei erano in buon attivo (Italia e Francia) o in leggero passivo?

    L'origine della crisi europea, innescata da quella americana (uno shock esterno) è tutta nel grafico qua sopra. Mentre i debiti pubblici dei paesi PIIGS erano stabili o in discesa (con valori estremamente bassi nel caso di Spagna e Irlanda), si formava una bolla nei saldi commerciali che nessuno ha voluto vedere. Una bolla che era ben visibile già nel 2003, anno in cui avviene l'irreparabile: il surplus della Germania passa, in soli 12 mesi, da 46.9 a 128 miliardi di dollari! Perché? E perché nessuno lanciò l'allarme, e anzi la Germania veniva da tutti lodata? La ragione del balzo del surplus tedesco ha un nome e cognome: le riforme Hartz. Una serie di interventi sul mercato del lavoro il cui fine era quello di frenare la crescita dei salari, una vera e propria deflazione salariale, messa in campo in una fase di surplus crescenti. Una mossa aggressiva, ove si rifletta sul fatto che l'euro era già, per la Germania, una moneta sottovalutata, che quindi ne aiutava l'export, come dimostrava il suo già notevole surplus.

    I dati, ovviamente, possono essere letti da diverse angolazioni, le quali generalmente coincidono con degli interessi di parte. Fu così che il successo delle esportazioni tedesche cominciò ad essere spiegato, ai distratti cittadini italiani, come la conseguenza di una superiore virtuosità del sistema sociale e politico tedesco. Un'interpretazione che suggeriva, come ovvio corollario, che anche in Italia ci si dovesse attrezzare con riforme che comprimessero il costo del lavoro, cioè il salario. I capitalisti della nuova Europa andavano a braccetto nel suggerire soluzioni a loro esclusivo vantaggio, mentre nel frattempo le banche tedesche e olandesi (i maggiori creditori) inondavano i mercati dell'Europa mediterranea di crediti facili, sostenendo così il loro export, ma facendo lievitare la bolla. Anche gli intermediari finanziari dei paesi mediterranei erano in festa: da tutto quel ben di Dio di finanziamenti, mutui e credito al consumo, lucravano i loro "onesti" guadagni. 

    L'Italia, giova ricordarlo, era governata da Berlusconi, lo stesso che oggi (forse) potrebbe impugnare la bandiera dell'uscita dall'euro. Questo dato deve essere tenuto presente, perché le cose vanno ben inquadrate. All'opposizione c'era il centrosinistra, il quale pure si guardò bene dal mettere in guardia dal pericolo imminente, sebbene fossero ben a conoscenza dei rischi potenziali di quel trend, come il resoconto della seduta parlamentare del 13 dicembre 1978 dimostra al di là di ogni dubbio!

    Veniamo ora alla domanda topica: perché dovremmo allearci con Berlusconi, se ci dici che anche il Cavaliere è complice di quello che è accaduto?

    Ebbene, ho detto che ci si potrebbe alleare anche con Berlusconi, a patto che questi impugni la bandiera dell'uscita dall'euro, ma ci si potrebbe alleare anche con Bersani, o con Renzi, o con chiunque assuma questa posizione programmatica! Il guaio è che mentre Berlusconi, seppur in modo strumentale, lascia intendere sotto traccia di poterlo/volerlo fare, tutti gli altri (con la sola eccezione del M5S, che attendiamo al varco) hanno sposato una tetragona linea di difesa dell'indifendibile: il sostegno senza se e senza ma al disegno annessionista della Merkel. E' il partito dei merkeliani, che dopo la sfiducia a Monti si è scatenato nel prevedere foschi scenari qualora gli italiani non facciano quanto viene loro ordinato dalle banche e dagli Stati creditori del nord.

    D'altra parte, se il regime merkeliano deve essere abbattuto, chi può farlo se non una parte dell'attuale classe politica? Non è sempre avvenuto così, nella storia, ad ogni cambio di regime? Chi, se non i fascistissimi Grandi, Bottai, Ciano e altri 16, votò l'ordine del giorno Grandi che avrebbe condotto all'arresto di Benito Mussolini?  

    Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell'incontro di Feltre fra Mussolini e Hitler,Heinrich Himmler riceveva un'informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio. Il documento fa ripetuto riferimento al re Vittorio Emanuele III ed alla massoneria.

    Il problema, oggi, è capire se e quando si riunirà il Gran consiglio che segnerà la fine del regime merkeliano, chi presenterà la mozione di sfiducia, e chi la firmerà. Se nel 1943 l'ispiratore del "colpo di Stato" fu lo stesso Re Vittorio Emanuele III°, potrà esserlo, oggi, il Presidente Napolitano? Non possiamo escluderlo, sebbene l'ipotesi appaia altamente improbabile.

    Lo stesso Berlusconi, che potrebbe decidersi al gran passo nell'estremo tentativo di salvarsi, obiettivo per altro che teneva uniti i congiurati del Gran Consiglio del 25 luglio, appare ancora titubante. 

    Le differenze tra la situazione odierna e la crisi del fascismo sono due. In primo luogo, nel 1943 il tempo era scaduto, perché gli alleati erano già sbarcati in Sicilia. In secondo luogo, e questo è l'aspetto più importante per il nostro ragionamento, manca oggi quell'elemento di rassicurazione per gli interessi dei ceti dominanti rappresentato proprio dagli eserciti alleati. Il timore è che, una volta aperto il vaso di Pandòra della fine dell'euro, si scatenino le forze sociali i cui interessi sono stati a lungo compressi per inseguire il delirio global-liberista di un'unificazione progettata e costruita nel segno degli interessi delle classi dominanti: il grande capitalismo industriale e finanziario.

    Questa circostanza rischia di produrre una prolungata situazione di stallo, durante la quale verrà posto in essere ogni tentativo possibile per rimandare l'inevitabile resa dei conti, trascinando così il paese in una crisi il cui esito potrà essere, tra qualche anno, esplosiva, con rischi gravissimi anche per quel poco di libertà e di democrazia di cui ancora godiamo. Tra gli "utili idioti" al servizio di questo scenario da incubo troviamo molta e buona parte della sinistra parolaia e salottiera, quella, per intenderci, che non sa far di conto e strogola di "più Europa", affollata da personaggi ai quali neppure la lettura di un articolo come quello di Jaques Sapir, pubblicato in questo stesso numero, riesce a far comprendere l'impossibilità dei loro sogni deliranti. 

    Per costoro la tabellina dell'uno non è degna di attenzione, e dunque non possono capire che mai e poi mai la Germania tirerà fuori i quasi quattromila miliardi di euro in dieci anni che le stime prudenziali di Jaques sapir ci dicono essere necessarie per colmare il gap di competitività tra l'Europa del Nord e l'Europa mediterranea

    All'estremo opposto troviamo i fascistelli che non vogliono perdersi l'occasione di mettere sul banco degli imputati il progetto dell'Unione Europea e della moneta unica, in quanto prodotto di una parte politica che è, "nominalmente", di sinistra, sebbene con la sinistra reale non abbia assolutamente nulla da spartire. Sono aiutati, nel loro progredire, proprio dagli "utili idioti" di cui sopra. E che stiano progredendo non v'è dubbio! Sto parlando degli Storace, di Casa Pound, e di tutti quei gruppetti che, spesso utilizzando un linguaggio di sinistra, riescono a nascondere la vera matrice del loro pensiero, che è profondamente antidemocratico e razzista.

    Stretti tra una sinistra che non è sinistra, e una destra che si traveste da sinistra per conquistare consenso speculando sugli enormi guai prodotti dal grande capitale industrial-finanziario europeo, la sfida che i veri e sinceri democratici hanno di fronte è delle più formidabili. Si tratta di armarsi di pazienza, diffondere vera informazione, chiarire i termini reali del conflitto in atto, far riflettere le persone sui differenti ordini di grandezza dei problemi. Ad esempio, che la corruzione è un grande problema, ma che il vero costo della politica sono le decisioni sbagliate. Come quella di entrare nell'euro oppure, tanti anni fa, di dichiarare guerra al mondo. Tra folle plaudenti a Piazza Venezia.

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    Jacques Sapir
     Europa: finale di partita? 09-12-2012
     CopyLeft: Jacques Sapir

    Un articolo di Jaques Sapir tradotto da Curzio Bettio.

    Il processo definito “costruzione europea”, con la situazione di stallo che si è venuta a creare sulla pianificazione di bilancio dell’Unione europea per gli anni 2014-2020, e in secondo luogo per il bilancio 2013, sta subendo un triplice fallimento: economico, politico e simbolico. La questione simbolica è certamente più importante. Questa situazione di stallo, ben che vada durerà fino all’inizio del 2013, arriva dopo il blocco dell’inizio di questa settimana sulla questione degli aiuti da accordare alla Grecia, e dopo i negoziati estremamente duri relativi alla partecipazione rispettiva degli Stati nell’ambito del gruppo aeronautico EADS, e di conseguenza di una riduzione importante delle ambizioni dell’Europa spaziale. È altamente simbolico che questi avvenimenti si siano succeduti tutti in un periodo di otto giorni. Ciò sta a dimostrare l’esaurimento definitivo dell’Unione europea nell’incarnare l’“idea di Europa”.

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    Un fallimento economico

    La questione del bilancio dell’Unione europea è economicamente importante. Non tanto per le somme in gioco. Il contributo al bilancio dell’Unione europea ha raggiunto l’1,26% del PIL dei differenti paesi. Quindi, per il 2013 sono previsti 138 miliardi di euro. Ma è l’esiguità di questa somma che pone dei problemi. Nel momento in cui l’Eurozona, un sottoinsieme dell’Unione europea (UE), è in recessione, e questa condizione si protrarrà certamente nel 2013 e nel 2014, la logica avrebbe voluto che si fosse raggiunto un accordo su un bilancio di rilancio, sia per promuovere la domanda che per favorire politiche dell’offerta e della competitività in alcuni paesi. Ora, ciò che si è prodotto va esattamente nella direzione contraria. È chiaro che ogni paese tende ad andare in ordine sparso, pur dovendo sottostare alle regole di austerità fiscale, per giunta istituzionalizzate dall’ultimo trattato dell’UE, e questo non è il minore dei paradossi! Gli egoismi vengono a galla da ogni parte e, in incontri come quello tenutosi nella notte fra giovedì 22 e venerdì 23 novembre a Bruxelles, trovano il campo chiuso ideale per i loro confronti e scontri.
     
    Nella situazione attuale, risulta evidente che la recessione non potrà essere combattuta in modo efficace se non da una combinazione di politiche volte a rilanciare la domanda e l’offerta. Queste politiche sono state quantificate. Esse prevedono, solo per la ripresa di competitività, che vengano impiegati nei quattro paesi dell’Europa meridionale (Spagna, Grecia, Italia e Portogallo), circa 257 miliardi di euro l’anno, come è stato stabilito in una nota precedente (1). 
    Se si volesse essere coerenti, bisognerebbe effettivamente aggiungere almeno 100 miliardi di euro a questa somma per finanziare grandi progetti, permettendo così di armonizzare la competitività fra tutti i paesi. Questa spesa aggiuntiva di 357 miliardi di euro, rispetto ad un budget di circa 138 miliardi, è importante. Ciò implicherebbe che il bilancio verrebbe aumentato dall’1,26% al 4,5%.
    In realtà, il problema è ben più complicato.
     
    I 138 miliardi previsti per il bilancio 2013 danno luogo a rimandi, più o meno importanti, per tutti i paesi dell’UE. Sui 357 miliardi che sarebbero necessari da impegnare in più, 257 miliardi sarebberotrasferimenti netti destinati ai quattro paesi del Sud-Europa già citati. E però questi miliardi dovrebbero essere forniti dagli altri Stati, che in buona sostanza non potrebbero essere che la Germania, l’Austria, la Finlandia e l’Olanda. Questo ci porta a concludere che dovrebbe essere la Germania da sola a contribuire per l’ammontare dell’85%-90% di questa somma, il che rappresenterebbe in trasferimenti netti fra l’8,5% e il 9% del suo PIL annuo. Su un periodo di dieci anni si arriverebbe a 3570 miliardi di euro del ​​bilancio totale.
     
    Quando si parla, con la voce in singhiozzo e le lacrime agli occhi, di “federalismo europeo”, è di questo che in realtà si sta parlando, perché senza significativi trasferimenti niente federalismo!
    Rispetto a ciò, è da sottolineare che i dirigenti europei non sono riusciti a mettersi d’accordo su una cifra di 978 miliardi di euro da spalmarsi su 7 anni (2014-2020), quando per il medesimo periodo si trattava di 2499 miliardi in più che avrebbero dovuto finanziare. Si misuri l’immensità del compito e la sua impossibilità, nelle attuali circostanze. A questo proposito, questo scacco, probabilmente temporaneo in quanto una soluzione di compromesso non soddisfacente per nessuno e nulla risolvente comunque si troverà entro la fine del gennaio 2013, assume il suo pieno significato.
     
    Se i 27 paesi dell’Unione europea stentano così tanto ad accordarsi su una somma, in definitiva modesta, non si vede come potrebbero decidere di comune accordo su cifre che sono 2,5 volte più importanti. Insomma, la realtà dell’UE consiste nell’assenza totale di solidarietà nel suo interno, perfino quando questa solidarietà sarebbe nell’interesse di tutti. Quello che rivela questa situazione è che nell’ambito dell’Unione europea non esiste il concetto di “cosa pubblica” (res publica).   Ciò si manifesta anche nel modo in cui è stato trattato (male!) il caso della Grecia. È assolutamente evidente che il fardello del debito genera debito. Nel caso della Grecia, la sola soluzione è un défault, (una “ristrutturazione”), che vada a colpire la metà del debito detenuto dagli organismi pubblici, così come un default equivalente è stato imposto ai creditori privati. (2)  
     
    Ma i paesi dell’Eurozona sono incapaci di affrontare questa realtà. Così ridaranno dei soldi, con i pagamenti del debito da spalmarsi a breve termine. Questo non risolverà nulla, e la maggior parte degli esperti se ne rende conto. Tuttavia, oltre il fatto di intraprendere un’azione che è solo un palliativo, gli stessi paesi non sono d’accordo nemmeno sulla quantità di denaro da prestare a breve termine alla Grecia. Questo è ciò a cui si è assistito all’inizio della settimana del 19 novembre. Questi paesi preferiscono addossare la parvenza di responsabilità al Fondo Monetario Internazionale.
    L’autore di questo documento ha scritto nel passato considerazioni estremamente critiche e dure nei confronti di questo organismo.(3) Ma è chiaro che lo statuto del FMI non consente al Fondo di prestare ad un paese che sia decisamente insolvente. Da questo punto di vista, il FMI entra perfettamente nel suo ruolo quando fa presente ai paesi dell’Eurozona come sia necessaria una soluzione a lungo termine per la Grecia e che questa soluzione non può altro che pervenire da un parziale default.
     
    Per altro, vengono scartate tutte le soluzioni razionali, a solo profitto di quelle che servono agli interessi immediati di questo o di quello. Questa inconseguenza è il prodotto di una incoerenza di base: si vuole evitare il default, ma ci si rifiuta di pagarne il prezzo! Dunque, non c’è da stupirsi che i paesi europei non abbiano potuto addivenire ad un accordo, qualsiasi che sia, sulla programmazione dei bilanci con l’orizzonte il 2020, o su un piano realistico di salvataggio della Grecia.
    Questo doppio fallimento è rivelatore dell’esaurirsi dell’“idea di Europa”. Perciò si vivrà di espedienti, e si andrà avanti sempre peggio fino al momento in cui bisognerà affrontare la realtà. 

    Un fallimento politico

    Il problema posto è inoltre politico, ed è stato esposto in piena luce in occasione del fallimento del Consiglio europeo, fra la notte del 22 e 23 novembre. Sorvoliamo del tutto sull’“alleanza” tra la cancelliera tedesca, la signora Angela Merkel e il primo ministro britannico David Cameron, un’alleanza che potrebbe comportare l’isolamento della Francia. Comunque, questa “alleanza” è in realtà puramente congiunturale. La Gran Bretagna persegue il suo vecchio obiettivo di ridurre l’Unione europea ad una zona di libero scambio e ad un quadro normativo più leggero possibile.
    La Germania, da parte sua, e a lei si uniscono su questo punto paesi come la Finlandia, l’Olanda e l’Austria, è nettamente contraria a che i trasferimenti diventino maggiormente impegnativi. È conosciuta l’opposizione assoluta dei dirigenti tedeschi, di tutti i partiti, a trasferimenti massicci, soprattutto nell’ambito dell’Eurozona.
     
    Il rifiuto dell’Unione dei Trasferimenti è un punto cardine della politica tedesca, e questo si spiega sia per l’impatto che questi trasferimenti avrebbero sull’economia tedesca (4), sia per i dati demografici di questo paese, che indicano una riduzione progressiva della popolazione. Ciò non implica che la Germania condivida il punto di vista della Gran Bretagna sulla filosofia della UE. I leader tedeschi si rendono conto che l’Unione europea deve essere tutt’altra cosa che una semplice zona di libero scambio. Tuttavia i loro interessi si posizionano sulla stessa linea di quelli dei Britannici nell’opporsi ad un impegno di fornire ulteriori finanziamenti, nella misura in cui sono pienamente consapevoli che diventerebbero, per forza maggiore, i principali contribuenti. È su questa alleanza che si è andata a scontrare la posizione francese. Qui dobbiamo dissipare l’illusione tanto diffusa nelle élite politiche francesi. I dirigenti francesi pensano che si potrà, con concessioni su alcuni punti, portare i leader tedeschi ad accettare di maggiormente contribuire, visto il loro (relativo) ammorbidimento sulla questione della crisi del debito nell’Eurozona.
     
    Ricordiamoci che in occasione delle prime riunioni sulla crisi, all’inizio del 2010, la posizione tedesca era in netto contrasto con il salvataggio della Grecia. In realtà i leader francesi commettono non uno, ma due errori nel valutare la posizione tedesca. Il primo errore è quello di confondere la crisi del debito con la crisi di competitività. Queste due crisi sono distinte, anche se la seconda rialimenta di continuo la prima. L’atteggiamento tedesco è stato quello di fare concessioni sulla crisi del debito al fine di evitare una tempesta finanziaria che si sarebbe abbattuta sull’Eurozona, ma di rifiutare qualsiasi concessione relativa alla crisi di liquidità. I dirigenti tedeschi hanno le idee molto chiare nel fare distinzioni fra queste due crisi. Essi considerano che la crisi del debito sia un problema collettivo, invece la crisi di competitività sia di competenza dei singoli Stati!
     
    Ne consegue che non si può arguire dal loro cambiamento di atteggiamento sulla crisi del debito un qualsiasi cambiamento di valutazione sulla crisi strutturale, quella di competitività.
    Il secondo errore consiste nel non capire che la scelta per la Germania non può ridursi al salvataggioa tutti i costi dell’Eurozona. La Germania anela soprattutto allo status quo (che le permette di realizzare le sue enormi eccedenze commerciali nella bilancia dei pagamenti a scapito di altri paesi della zona euro). Per mantenere questo status quo ha già accettato di aiutare, e ha già consentito una mutualizzazione del debito – checché se ne dica - sotto forma di acquisti sul mercato secondario da parte della Banca Centrale europea del debito dei paesi in difficoltà. Infatti, la Germania è co-responsabile del bilancio della BCE fin dal suo contributo iniziale a questa istituzione. Ma non è pronta ad andare al di là di un contributo annuo di circa il 2% del suo PIL (circa 50 miliardi di euro).
    Se si lancia la sfida alla Germania per il pagamento delle somme di cui sopra, corrispondenti all’8% fino al 9% del suo PIL, al fine di rendere l’Eurozona in grado di durare, la Germania preferirà la fine della zona euro. Là dove i leader francesi vedono l’inizio di un processo, che potrebbe essere allargato, in realtà è possibile riscontrare un impegno strettamente limitato della Germania.
     
    Dunque, la crisi attuale non è solo economica, anche se questa dimensione da sola è sufficiente per portarci al disastro. È anche politica. L’idea di un’alleanza tra la Francia e la Germania, il Merkozy, che tanto veniva difesa dal governo precedente, era basata sull’illusione, nutrita da ignoranza o volutamente, che la crisi dell’Eurozona era unicamente una crisi del debito.
    Se tale fosse stato il caso, è probabile che si sarebbe potuto trovare il terreno per un’intesa stabile tra questi due paesi. Ma la crisi dell’euro è in primo luogo una crisi derivante dalla eterogeneità delle economie, eterogeneità che aumenta naturalmente in un sistema a moneta unica e con una politica monetaria uniforme in assenza di flussi massicci di trasferimenti, e che sfocia in una più grave crisi di competitività, che a sua volta genera un aumento dei disavanzi di bilancio.
    Arrivati a questo punto, le posizioni rispettive di Francia e Germania divergono spontaneamente, e di questo il nuovo governo francese ne ha preso atto. Ma quando ha tentato di radunare attorno a sé i paesi in difficoltà, non ha fatto altro che provocare l’alleanza, seppur temporanea, ma temibile, della Germania con la Gran Bretagna.
     
    Infatti, all’interno della zona euro, la Germania può sempre trovare alleati e una strategia di uscita, almeno nel breve termine. È la Francia che si trova, in fin dei conti, come dicono i piloti dei caccia “out of power, out of altitude and out of idea” (che può essere liberamente tradotto con “senza potenza, in stallo, e senza idee”). François Hollande deve capire che, nella situazione attuale, l’unica possibilità che rimane per la Francia è quella di rovesciare il tavolo, di porre la Germania davanti alla scelta di procedere ad una dissoluzione ordinata dell’Eurozona in cui senza dubbio perderà incontestabilmente alcuni dei suoi benefici, o ad una esplosione disordinata in cui la Germania avrà ben più da perdere. 

    Un fallimento simbolico

    I fallimenti, tanto quello economico che politico della settimana scorsa, sono, ovviamente, rivelatori di un fallimento simbolico più importante. Attualmente, chi crede ancora nell’Unione europea?
    L’analisi degli ultimi sondaggi pubblicati nei mesi di giugno e novembre su questo punto fornisce un risultato incontrovertibile. La perdita di fiducia nella capacità dell’UE di produrre una qualsiasi cosa di positivo per le popolazioni è enorme. Mai l’Euroscetticismo si è portato tanto bene, non solo in Gran Bretagna, ma anche in Francia e nella stessa Germania. Nell’Eurobarometro, sondaggio realizzato a scadenza regolare in tutti i paesi dell’UE (5), la percentuale di fiducia sull’Unione europea è crollata al 31%. Infatti, il 28% degli interpellati hanno espresso un’opinione “molto negativa” sull’UE e il 39% non si sono pronunciati. La cosa più impressionante è l’evoluzione nel tempo dei risultati. Le opinioni sfavorevoli sono passate dal 15% dell’autunno 2009 al 28% della primavera 2012, mentre le opinioni favorevoli sono passate nel medesimo periodo dal 48% al 31%.
    Ma c’è di peggio: il 51% delle persone interrogate non si sentono prorio solidali con gli altri paesi in crisi. 
    Grafico 1
     

    In generale, l’immagine che voi avete dell’UE è molto positiva, abbastanza positiva, neutra, abbastanza negativa o molto negativa? 

    In altre parole, la politica dell’UE ha provocato un aumento della sfiducia reciproca, ciò che doveva di regola combattere. Ed è evidente che la perdita di fiducia nella UE e nelle sue istituzioni tende a generalizzarsi. Quali conclusioni possiamo trarne?
    Dunque, è la credibilità generale della UE ad essere in questione, e vediamo allora che le strategie discorsive messe in campo dagli europeisti saranno sempre meno efficaci.
    Queste strategie si fondano: a) su una delegittimazione delle opinioni negative, associandole alla categoria degli “ignoranti” e quindi degli incapaci di capire l’apporto positivo dell’Unione europea; b) sulla giustificazione che questi risultati poco confortanti semplicemente sono dovuti alle difficoltà materiali generate dalla crisi.
     
    Sul primo punto, ci sarebbe molto da dire. Immediatamente si scorge l’affinità tra questo argomento e gli argomenti del XIX secolo a favore del voto secondo il censo. Le persone con redditi modesti, che in genere non compiono studi superiori, sono considerate intrinsecamente inadatte a giudicare un progetto che viene presentato come “complesso”. In realtà, questo argomento non è altro che una razionalizzazione del percorso anti-democratico intrapreso nella costruzione europea dal 2005.
    Il secondo argomento contiene un pizzico di verità. È chiaro che l’impatto della crisi ha modificato le preferenze degli individui. Ma questa spiegazione si ritorce contro questi europeisti: perché l’Unione europea non è riuscita a proteggere le persone dagli effetti della crisi? In realtà, la crisi agisce come un indicatore che evidenza le carenze e le lacune dell’UE.
     
    Vi è un terzo argomento, che viene utilizzato di volta in volta: l’Unione europea ci avrebbe evitato il ritorno di conflitti inter-europei dei secoli precedenti. Ma questo è falso, tecnicamente e storicamente.
    Tecnicamente, l’UE non è stata in grado di impedire i conflitti nei Balcani, e le modalità della loro risoluzione si devono molto di più alla NATO che all’UE. Storicamente, i due eventi più importanti che sono la riconciliazione franco-tedesca e la caduta del muro di Berlino non sono affatto il prodotto dell’Unione europea. Infatti, come possiamo ben vedere attualmente, attraverso la sua odierna politica l’UE alimenta il ritorno di vecchie contrapposizioni odiose, sia tra paesi (Grecia e Germania, ma anche Portogallo o Spagna e Germania) che al loro interno (Spagna, con i Paesi Baschi e la Catalogna, e il Belgio). Questo fallimento simbolico è certamente il più grave a breve termine, in quanto influisce sulle rappresentazioni dei popoli. Se il fallimento politico e il fallimento economico dimostrano che l’Unione europea è a corto di fiato, il fallimento simbolico, evidenziato dagli ultimi sondaggi, apre la strada a radicalizzazioni nell’opinione pubblica in tempi relativamente brevi. 

    Trarre insegnamenti dall’esaurimento di un progetto europeo

    Ora diventa opportuno impegnarsi in una valutazione intransigente del progetto prodotto dall’Unione europea, e che a tutt’oggi si è manifestamente arenato. Questo non significa che tutto il progetto europeo sia destinato al fallimento. Ma ancora una volta si dovrebbe tralasciare di identificare l’Europa con l’Unione europea. Risulta palese che alcuni paesi esterni al quadro dell’UE hanno interesse all’esistenza di una Europa forte e prospera. I casi della Russia e della Cina saltano agli occhi. Per di più, la Russia è anch’essa un paese europeo, anche se non unicamente europeo.
    È quindi possibile pensare ad un progetto europeo che includa tutta l’Europa, compresi quei paesi che oggi non sono membri dell’Unione europea, e nemmeno aspirano a diventarlo. Ma alla condizione di fare delle nazioni europee, queste “vecchie nazioni” che restano ancor oggi il quadro privilegiato per la democrazia, la base di questo progetto. Questo progetto dovrà imperniarsi intorno ad iniziative industriali, scientifiche e culturali, il cui nucleo iniziale potrà essere variabile, ma per esistere avranno l’esigenza della rimessa in discussione di una serie di norme e regolamenti della UE.
     
    Più di ogni altra cosa, sarà necessario procedere allo smantellamento dell’euro.
    Questa dissoluzione dell’euro, se coordinata fra tutti i paesi membri dell’Eurozona, sarà essa stessa uno strumento europeo, e potrà immediatamente dar luogo a meccanismi di concertazione e di coordinamento che faranno sì che i tassi di cambio delle monete nazionali ritrovate non fluttino più in modo irregolare, ma in funzione dei parametri fondamentali dell’economia.
    Questo percorso richiede del coraggio, perché gli attuali dirigenti di molti paesi sono gli eredi diretti dei “padri fondatori” dell’Unione europea. Ma ad un tratto tutta l’eredità deve essere liquidata! Rifiutarsi di farlo significa per i paesi europei entrare in una nuova fase storica di convulsioni violente, sia interne che esterne, fase che si sta preparando.
    Se è vero che l’“idea di Europa” è portatrice di pace, il proseguire dell’Unione europea nella sua forma attuale non può altro che essere fonte di conflitti sempre più violenti.
     
    Note
    (1) Jacques Sapir, “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro – Il costo del federalismo nell’Eurozona”, articolo pubblicato sul sito “Russeurope”, il 10/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/453
     
    (2) Jacques Sapir, “Grèce: seule l’annulation de la dette peut apporter un début de solution –Grecia: solo la cancellazione del debito può dare inizio ad una soluzione”, articolo pubblicato sul sito “Russeurope”, il 20/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/522
     
    (3) Jacques Sapir, Le Krach Russe, La découverte, Paris, 1998. Idem, Les Économistes contre la Démocratie, Albin Michel, Paris, 2002. Idem, “Le FMI et la Russie: conditionnalité sous influences”, in Critique Internationale, n°6, Hiver 2000, pp. 12-19.
     
    (4) Patrick Artus, “La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui –La solidarietà con gli altri paesi dell’Eurozona è incompatibile con la strategia di fondo della Germania: rimanere competitivi a livello mondiale? La risposta è affermativa!, Flash Économie, Natixis, n° 508, 17 juillet 2012.
     
    (5) Eurobaromètre Standard 77, “L’opinion publique dans l’Union européenne”, Commissione europea, Direzione generale per la Comunicazione, luglio 2012,URL :http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb77/eb77_first_fr.pdf 
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