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L'eco della rete: Il precipitare degli eventi - n°3/2014
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    Giuseppe Gioacchino Belli
     La Verità è ccom’è la cacarella 17-11-2012
     CopyLeft: Fiorenzo Fraioli

      La Verità è ccom’è la cacarella,
    che cquanno te viè ll’impito e tte scappa
    hai tempo, fijja, de serrà la chiappa
    e stòrcete e ttremà ppe rritenella.

    E accusí, ssi la bbocca nun z’attappa,
    la Santa Verità sbrodolarella
    t’essce fora da sé dda le bbudella,
    fussi tu ppuro un frate de la Trappa.

    Perché ss’ha da stà zzitti, o ddí una miffa
    oggni cuarvorta sò le cose vere?
    No: a ttemp’e lloco d’aggriffà ss’aggriffa.

    Le bbocche nostre Iddio le vò ssincere,
    e ll’ommini je metteno l’abbiffa?
    No: ssempre verità: ssempre er dovere.

    Giuseppe Gioachino Belli - Roma, 11 febbraio 1833

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    Lo SME, il Divorzio e l'euro: 30 anni di lotta di classe italiana

    Il 13 ottobre 1978, mentre si spegnevano gli ultimi fuochi del Movimento del 77 e iniziava il periodo più plumbeo degli anni di piombo, il Parlamento italiano discuteva dell'ingresso dell'Italia nello SME.

    Premessa

    Dal sito di Alberto Bagnai (Goofynomics - "Cosa sapete della produttività?"): "Il Sistema Monetario Europeo (SME) era un accordo di cambio fra paesi europei in virtù del quale questi si impegnavano a mantenere il proprio tasso di cambio fisso rispetto a una valuta di riferimento, l’ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ECU era calcolato come media dei valori delle valute dei partecipanti (ponderata con i rispettivi pesi economici). L’impegno era quello di evitare che le valute si scostassero di±2.5% dalla parità centrale in termini di ECU. Questo significa che se una valuta veniva spinta al limite superiore della banda e un’altra al limite inferiore, di fatto la prima aveva rivalutato del 5% (e la seconda svalutato del 5%). L’Italia aveva negoziato una speciale “banda larga” di ±6%"

    All'epoca del dibattito parlamentare il quadro economico nazionale e internazionale era condizionato da una serie di eventi che si erano verificati negli anni precedenti, i più importanti dei quali vengono di seguito richiamati:

    • Nel 1971 Nixon aveva abolito la convertibilità del dollaro in oro, inaugurando l'era delle monete cosiddette FIAT, o a "corso forzoso"
    • Uno shock petrolfero, la guerra del Kippur nel 1973, aveva quadruplicato il prezzo del greggio; prezzo che, di lì a poco, sarebbe nuovamente raddoppiato per gli effetti della caduta dello Scià di Persia
    • Dal 1975 la scala mobile tutelava in modo uniforme i salari di tutti i lavoratori italiani
    • L'inflazione viaggiava, ormai da un decennio, con tassi a due cifre (vedi tabella) 

     

    L'inflazione in Italia dal 1970 (dal 1 gennaio al 31 dicembre)
    Anno Inflazione %
    1970 5,00%
    1971 4,70%
    1972 8,10%
    1973 13,20%
    1974 24,10%
    1975 11,00%
    1976 20,90%
    1977 13,50%
    1978 12,60%
    1979 20,60%
    1980 18,30%
    1981 17,60%
    1982 16,20%
    1983 12,30%
    1984 9,30%
    1985 8,00%
    1986 4,20%
    1987 5,20%
    1988 5,50%
    1989 6,60%
    1990 6,50%
    1991 5,90%
    1992 4,70%
    1993 4,40%
    1994 3,90%
    1995 5,50%
    1996 2,70%
    1997 1,90%
    1998 1,50%
    1999 2,20%
    2000 3,00%
    2001 2,40%
    2002 2,80%
    2003 2,20%
    2004 1,90%
    2005 2,20%
    2006 1,70%
    2007 3,00%
    2008 1,60%
    2009 1,30%
    2010 2,10%
    2011 3,20%

     

     

    L'inflazione, in particolare, destava preoccupazione, soprattutto tra i detentori di grandi capitali. Il combinato disposto di alti tassi di inflazione, e di un meccanismo automatico di adeguamento delle dinamiche salariali (la scala mobile), aveva spostato il baricentro dell'economia nazionale in favore dei redditi da lavoro, a forte discapito della rendita finanziaria.

    Nel 1976, infine, era nato un nuovo quotidiano, Repubblica, che aveva inaugurato un innovativo modello di informazione politica che avrebbe, nei decenni successivi, contribuito in modo determinante a generare una scorretta percezione degli interessi di classe da parte dell'elettorato. Repubblica, abbandonando lo stile clerical-fascista degli altri giornali controllati dal grande capitale, inaugurava un modo di fare informazione giocato su due piani: da una parte si poneva su posizioni laiche e libertarie in tema di diritti civili e di modernizzazione dei costumi, dall'altra iniziava a propalare una visione dell'economia sottilmente fuorviante, che avrebbe spalancato le porte, di lì a qualche anno, all'ideologia liberista. E' una tecnica che sembra mutuata dagli studi di Gregory Bateson sull'eziologia della schizofrenia (il doppio legame), secondo cui, "quando la comunicazione tra un soggetto e un altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (verbale, quel che vien detto) e un ulteriore livello metacomunicativo (non verbale, come possono essere i gesti, gli atteggiamenti, il tono di voce), e la situazione sia tale per cui il ricevente del messaggio non abbia la possibilità di decidere quale dei due livelli, che si contraddicono, accettare come valido, e nemmeno di far notare a livello esplicito l'incongruenza", l'unico modo per risolvere il conflitto è la fuga nel non senso. Questo giornale ha fatto da apristrada a tutti gli altri, con il risultato che oggi, in questo benedetto paese, vige una condizione di surrealtà.

    Un esempio? Per quante ricerche voi possiate fare, non troverete sulle colonne di quel giornale alcun riferimento ad un dato scontato della scienza economica, cioè che l'inflazione, in presenza di meccanismi di adeguamento automatico del potere d'acquisto, favorisce le classi salariate e la piccola imprenditoria e penalizza il grande capitale. No, per Repubblica l'inflazione affama la vedova e l'orfano, e la Scala mobile è un meccanismo diabolico. Sarà perché ho capito il meccanismo di cui sono stati vittime, che ancora riesco a moderarmi, non sempre in verità, quando parlo con i miei amici piddini? 

    E' necessario aggiungere che, negli anni settanta, l'inflazione era alta in tutto il mondo, prevalentemente a causa dell'aumento del greggio, e per le conseguenze della decisione di Nixon di abolire la convertibilità del dollaro in oro. In particolare, a partire dal 1971 i tassi di cambio avevano cominciato a fluttuare, inaugurando in Europa una lunga serie di aggiustamenti reciproci. La flessibilità dei cambi non era ben vista dal grande capitale, perché rendeva rischiosi gli investimenti a lungo termine. Infine, la presenza di un forte capitalismo di Stato veniva percepita come un'indebita forma di concorrenza, perché finiva con l'occupare e il monopolizzare spazi di mercato nei quali i capitali privati non osavano avventurarsi, sia per il rischio di cambio di cui sopra, sia perché lo Stato, non avendo obbiettivi immediati di profitto, e anzi potendo operare in perdita, era un concorrente temibile.

    La tutela degli interessi del grande capitale rendeva così necessario porre in essere una reazione, che diminuisse i tassi di inflazione, abolisse o riducesse il rischio di cambio, e soprattutto ponesse un limite severo all'invadenza dello Stato nell'economia. Questa reazione, sostenuta culturalmente dai giornali del gruppo Espresso di De Benedetti, si sviluppò attraverso una successione di provvedimenti che furono fatti accettare agli italiani grazie all'opera  di disinformazione economica della grande stampa, con una lenta ma costante opera di penetrazione e disarticolazione delle grandi organizzazioni di massa cha avevano tutelato il mondo del lavoro dalla fine della seconda guerra mondiale, e, quando ciò si rivelò necessario, con l'appoggio del Movimento Sociale Italiano.

    L'ingresso dell'Italia nello SME

    Torniamo alla seduta parlamentare del 13 dicembre 1978 (lo stenografico della seduta è disponibile a questo link). Presiedeva l'on. Pietro Ingrao, del PCI. Dopo la discussione di alcuni disegni di legge, inizia (da pag. 7 del documento stenografico) la discussione sulle comunicazioni del Governo (Giulio Andreotti era il Presidente del Consiglio) , aventi ad oggetto l'adesione dell'Italia allo SME. Il parterre degli interventi è di tutto rispetto. Tra gli altri: Luciana Castellina (PdUP), Fabrizio Cicchitto (PSI), Ugo La Malfa (PRI), Giovanni Malagodi (PLI)Pietro Longo (PSDI), Lucio Magri (PdUP), Giorgio Napolitano (PCI) , Massimo Gorla (PCI), Marco Pannella (Radicali), Pino Romualdi (MSI).

    Si fronteggiavano due posizioni: coloro che volevano entrare immediatamente nello SME (tra essi La Malfa, Malagodi, Pannella, Romualdi) e altri (tra essi Luciana Castellina, Fabrizio Cicchitto, Giorgio Napolitano, Massimo Gorla), i quali, in misura maggiore o minore, manifestarono le loro perplessità e i loro timori. Di seguito alcuni stralci delle dichiarazioni di alcuni tra i sunnominati:

    • Giovanni Malagodi (PLI): "Come gruppo liberale abbiamo presentato un risoluzione che ora illustrerò seguendo l'ordine che non è accidentale, come è ovvio, ma che tende a mettere in luce i motivi per i quali è interesse italiano, a due titoli, l'aderire subito allo SME. Dico interesse italiano a due titoli, prima di tutto perché vi è un interesse nazionale italiano in senso stretto; in secondo luogo, perché è interesse italiano che la Comunità faccia dei passi avanti e possa partecipare ai negoziati mondiali in corso con il massimo di rappresentatività e con il massimo di prestigio politico; e la nostra assenza dallo SME , evidentemente indebolirebbe questo prestigio"
    • Fabrizio Cicchitto (PSI): "Il dollaro in tutti questi anni ha manovrato e manovrato fortemente, si è deprezzato rispetto al marco almeno del 40 per cento, ha aumentato i suoi livelli di competitività in modo molto notevole e noi e la sterlina gli siamo andati dietro, fruendo dei livelli di competitività che in questo modo venivano conquistati. La tendenza attuale del marco è quella di arrestare la sua rivalutazione rispetto al dollaro zavorrandosi con le monete deboli e nello stesso tempo rivalutando abbastanza queste monete, in modo da diminuire la competitività della loro economia rispetto a quella tedesca. Noi dobbiamo misurarci con questo problema e con questo nodo e nello stesso tempo dobbiamo misurarci con i nodi di politica economica interna che abbiamo davanti. Cioè, dobbiamo misurarci con le differenze dei tassi di inflazione, di strutture e di produttività, di squilibri sociali"
    • Pietro Longo (PSDI): "Dicevo che le ragioni tecniche (delle perplessità del PSDI ad entrare subito nello SME - n.d.r.) si trovano nei punti positivi riportati nel discorso del Presidente del Consiglio e nel comunicato conclusivo di Bruxelles. I più importanti di questi sono: l’ampliamento della banda di oscillazione per la lira dal 2,25 al 6 per cento; la collocazione della soglia di divergenza al 75 per cento della banda di oscillazione, che equivale al 4,5 per cento per la lira e all’1,7 per cento per le altre monete; una migliore definizione del meccanismo di intervento, nell’ambito del quale si è passati dal concetto di presunzione al concetto di obbligo implicito, anche se non è stata accolta la proposta per noi più conveniente dell’o’obbligo esplicito; lo studio di opportuni meccanismi, da definirsi entro 6 mesi dall’entrata in vigore dello SME, che regolano i saldi dei debitori e dei creditori coinvolti malgrado la loro volontà; la fissazione del livello del fondo monetario europeo a 25 miliardi di dollari"
    • Giorgio Napolitano (PCI): "In Italia tra i partiti democratici e nello spirito pubblico, non circolano pregiudizi antieuropeistici. La discussione attorno al progetto di Unione Monetaria avrebbe dunque potuto svolgersi in termini del tutto obiettivi. Nella fase finale, sono affiorate e prevalse forzature di varia natura, venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l’ingresso immediato dell’Italia nell'Unione Monetaria. Pressioni viziate da schemi e da calcoli che prescindevano da una valutazione obiettiva dei termini del problema.
      Ma mi si permetta, onorevoli colleghi, di ripartire dalla posizione assunta da noi di fronte alle indicazioni scaturite questa estate dalla riunione dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione. Guardammo allora con interesse ai propositi di rilancio del processo di integrazione e di maggiore solidarietà, per far fronte ad una crisi di portata mondiale, per accelerare lo sviluppo delle economie europee, combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione. Ponemmo in questo senso il problema delle condizioni in cui l'euro avrebbe potuto nascere come strumento valido e vitale, al quale 1’Italia avrebbe potuto aderire fin dall’inizio. Quello delle garanzie da conseguire affinché l'euro possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno dell'Unione europea (e non sortire un effetto contrario), è un rilevante problema politico. Le esigenze poste da parte italiana non riflettevano solo il nostro interesse nazionale: la preoccupazione espressa dai nostri negoziatori fu innanzitutto quella di dar vita a un sistema realistico e duraturo, in quanto - cito parole e concetti del ministro del tesoro e del governatore della Banca d’Italia: “Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale e sulle possibilità di avanzamento della costruzione economica europea”. Ma dal vertice è venuta solo la conferma di una sostanziale resistenza dei Paesi più forti, della Germania, e in particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle economie di paesi della Comunità. E' così venuto alla luce un equivoco di fondo: se cioè il nuovo sistema debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, o debba servire a garantire il Paese più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania, spingendosi un Paese come l’Italia alla deflazione.
      Queste valutazioni sono a noi apparse tali da giustificare pienamente una scelta che si limitasse ad una dichiarazione di principio favorevole e che escludesse l'entrata dal primo gennaio nell'euro, tanto più in presenza di una analoga decisione della Gran Bretagna, con tutto ciò che questa decisione comportava e comporta.
      Perché non si sono ascoltate abbastanza nei giorni scorsi queste voci e si è giunti ad una decisione precipitata ed arrischiata?
      No, onorevoli colleghi, noi siamo dinanzi a una risoluzione che assume le caratteristiche ristrette di una unione monetaria, le cui caratteristiche rischiano per lo più di creare gravi problemi ai Paesi più deboli che entrino a farne parte. Naturalmente non sottovalutiamo l'importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria. Ma se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità, è vero anche che esse sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli Paesi.
      La verità è che forse - come si è scritto fuori d’Italia - si è finito per mettere il “carro” di un accordo monetario davanti ai “buoi” di un accordo per le economie.
      Onorevoli colleghi, in quest’aula si è parlato (vi si è riferito poco fa anche il collega Cicchitto) delle sollecitazioni e delle assicurazioni pervenuteci da governi amici. Queste sollecitazioni confermano l’esistenza di un reale e forte interesse degli altri Paesi membri della Comunità ad avere l’Italia al più presto presente nell'euro. Si sarebbe, dunque, potuto far leva su questo interesse, non dando adesione immediata, per portare avanti un serio negoziato. Ma se ci si vuole, onorevoli colleghi, confrontare con i problemi di fondo, i problemi delle politiche economiche, bisogna sbarazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera. Si è giunti a sostenere che “l’Italia non dovesse scegliere in questi giorni se appartenere o meno all'euro, ma se recidere” - dico recidere - “o meno i suoi legami con i Paesi dell’Europa occidentale, sul terreno economico e sul terreno politico”. Ma questa è una tesi che non trova alcun riscontro obiettivo, che non poggia su alcun argomento razionale e si colloca, invece, nel quadro di una drammatizzazione gratuita ed esasperata della scelta che era davanti tal nostro Paese.
      Se oggi, comunque, tra i fautori dell’ingresso immediato circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra - eludendo la difficile strada della ricerca del consenso - dinanzi ad una sostanziale distorsione della sua linea ispiratrice, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario
      "
    • Ugo La Malfa (PRI): "Signor Presidente, onorevoli colleghi, come uomo al quale si attribuisce una qualche competenza tecnica, devo dare ai miei colleghi giustificazione per il fatto di aver dato prevalente importanza al fatto politico rispetto al fatto tecnico"
    • Massimo Gorla (PCI): "L'interesse della repubblica federale di Germania, nel tenere agganciate al marco le altre monete europee, è del tutto, evidente ed è stato riconfermato da diversi interventi. Il marco, come si sa, tende a rivalutarsi nei confronti del dollaro e la perdita di concorrenzialità che ne deriva sarà tanto minore per la repubblica federale di Germania quanto più le altre monete europee seguiranno il marco nella rivalutazione. Quindi, la perdita di concorrenzialità, per dire la stessa cosa in un altro modo, si distribuirà tra tutti i paesi del sistema monetario europeo anziché gravare sulla sola repubblica federale di Germania. Inoltre, non va trascurato il fatto che i paesi con alti tassi ,di inflazione perderanno concolrrenzialità anche nei suoi confronti; cosa, questa, che oggi viene impedita dal movimento dei tassi di cambio"
    • Luciana Castellina (PdUP): "Noi seguitiamo a considerare assai grave e assai pericolosa per il nostro paese l’adesione dell’Italia al sistema monetario europeo. Non condividiamo, neppure dopo questa discussione e dopo la replica del Presidente del Consiglio, l’ottimismo di chi ha sostenuto la tesi secondo cui è buona cosa per l’Italia aderire allo SME; e tanto meno condividiamo le considerazioni di chi ha teso a sottovalutare, a minimizzare la portata di questa scelta che ci si appresta a compiere. Anzi, questa ci sembra francamente irresponsabile faciloneria, così come faciloneria sarebbe far discendere la nostra adesione, o il nostro rifiuto, da dettagli tecnici, pur rilevanti, ma certo non decisivi rispetto ad una scelta così importante. La scelta di aderire allo SME è infatti destinata - e lo sappiamo tutti - ad incidere profondamente sul futuro del nostro paese ed in questo senso è scelta politica nel senso più pieno, perché destinata a mutare gli equilibri stessi su cui si fonda la nostra democrazia"
    • Pino Romualdi (MSI): "Il nostro è un documento semplice, di puro impegno al Governo di entrare immediatamente nel sistema monetario europeo, nello spirito e nel1a lettera di quei trattati di Roma ‘del 1957 che noi abbiamo votato, mentre non sono stati votati dal partito comunista e nemmeno dal partito socialista, che oggi si trovano allineati in questa posizione... aggiungo che voteremo nello stesso spirito e nella stessa logica, dopo aver respinto i cappelli più o meno ridicoli e fumosi dell’antifascismo, a favore anche di quei punti delle risoluzioni che convalidano la nostra posizione positiva nei confronti dell’immediato ingresso dell’Italia nello SME, così come deve essere nelle speranze di ciascuno di noi, perché questa è la strada per il Governo per realizzare concretamente, e non a parole, l’Europa unita, capace di difendere i suoi popoli e i suoi interessi (Applausi dei deputati del gruppo del Movimento sociale italiano-destra nazionale - Congratulazioni)"
    • Lucio Magri (PdUP): "Una prima considerazione da fare, di buon senso ma non ovvia, è questa: negli ultimi anni il deprezzamento della moneta e l’elevato tasso di inflazione non sono stati per l’economia italiana solo una manifestazione di crisi, sono stati anche il principale strumento di difesa rispetto alla crisi stessa. E' il deprezzamento del1a lira, infatti, che ha consentito una rapida espansione delle esportazioni senza grandi investimenti, senza nuovi settori trainmti e dunque con un contenuto tecnologico relativamente in declino; è il deprezzamento della lira che ha consentito anche una ristrutturazione industriale fondata preva1entemente sul decentramento produttivo, sulla piccola e medita impresa, sul lavoro precario. Ed è, infine, l’inflazione permanente che ha consentito, pur senza grandi trasformazioni strutturali, una poco appariscente ma sostanziosa redistribuzione del reddito interno e la compressione delle rendite, soprattutto bancarie ed edilizie"

    Colpisce, nel leggere le dichiarazioni riportate, l'appassionato intervento di Giorgio Napolitano, che richiamò ripetutamente il rischio di una pesante deflazione salariale nei paesi più deboli, ove non si fossero ben chiariti i termini e i meccanismi di compensazione di un accordo che favoriva in modo smaccatamente evidente l'economia della Germania. E colpisce, anche, l'appoggio all'ingresso immediato dell'Italia nello SME di Pino Romualdi, cosa di cui sarà presto opportuno ricordarsi, per rintuzzare i tentativi populistici della Destra politica italiana di rifarsi una verginità assumendo una posizione eurocritica, quando, come i resoconti parlamentari ampiamente dimostrano, quella parte politica si è pesantemente compromessa in favore dell'euro, fornendo alla Destra economica tutto l'appoggio di cui questa necessitava.

    Come è noto, l'esito di quel lontano confronto fu favorevole all'ingresso immediato dell'Italia nello SME, a partire dal 1 gennaio 1979, seppure con una banda di oscillazione rispetto alla parità centrale del 6% invece che del 2,5%. Lo SME consentiva, tuttavia, che si operassero dei riallineamenti, cosa che avvenne ogni volta che i dati macroeconomici lo resero necessario. Ciò nonostante, esso costituì una corda al collo dal punto di vista dei margini di manovra economica dei governi che, dal 1979, si susseguirono. Nessuno dei riallineamenti che si resero necessari, però, indusse ad un ripensamento della scelta di aderire, e anzi le nostre autorità tentarono, in tutti i modi, di entrare nella banda di oscillazione ristretta del 2,5% e, quando vi riuscirono, come nel 1990, gli esiti furono disastrosi: nel 1992, dopo soli due anni, dovemmo uscire, svalutando del 25% per recuperare competitività. Le previsioni di tutti coloro che si erano espressi in maniera critica nel dibattito parlamentare del dicembre 1978 erano state profetiche.

    Il passo successivo: il "divorzio"

    Il passo succesivo del progetto di reazione del grande capitale, o, se preferite, della lotta di classe in Italia, è stato il "divorzio tra il Tesoro e la Banca d'Italia", voluto da Nino Andreatta e dall'allora Governatore Carlo Azeglio Ciampi. Quella decisione ebbe gravissime conseguenze sul debito pubblico italiano.  

    Eccolo qua lo storico del rapporto Debito/Pil! Guardiamolo (clicca per allargare) con un minimo di attenzione. Cos'è che salta agli occhi?

    1. nel 1970 era ~40%
    2. nel 1981 era ~60%, il grosso dell'aumento essendosi verificato tra il 1970 e il 1972, come conseguenza dell'autunno caldo, cioè come conseguenza delle rivendicazioni salariali
    3. nel 1990 si nota una netta impennata, che conduce al massimo del 1994 (oltre il 120%). Sulle ragioni di ciò, si veda anche il paragrafo "Conseguenze sul debito pubblico della liberalizzazione della circolazione dei capitali" di questo stesso articolo. Per il momento limitiamoci alle sole conseguenze immediate, dal 1981 al 1988, periodo nel quale si ha una prima crescita esplosiva del rapporto debito/Pil, dal60% al 100%.

    Cosa è successo, dopo il 1981, di così grosso, da giustificare un simile andamento? Lo Stato, in quegli anni, si è lanciato in grandiosi programmi di spesa? Questo lo pensano i grulli, molti dei quali, facendo confusione, sono ancora convinti che l'aumento del rapporto debito/pil si sia verificato addirittura negli anni settanta. Poverini, traggono questa conclusione perché, essendo totalmente ignoranti dei dati di fatto, e similmente accecati dall'ideologia, trovano comodo raccontare a sé stessi che "il disastro dei conti pubblici italiani si è verificato negli anni settanta"! No cari, il disastro si è verificato negli anni ottanta, quelli di Reagan e della Tachter! E perché? Perché nel 1981 quel brav'uomo di Nino Andreatta (il papino ideologico di Romano Prodi n.d.r.) pensò bene di tramare (è il termine giusto) per far sì che si verificasse, fra Tesoro e Banca d' Italia, una "separazione dei beni", che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal primo.

    Ecco in che modo si espresse lo stesso Nino Andreatta, in una lettera al sole24ore, dieci anni dopo quella sciagurata operazione: "Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne' lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come 'congiura aperta' tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso - soprattutto sul mercato dei cambi - abolire per ritornare alle piu' confortevoli abitudini del passato".

    Insomma, una "congiura aperta", tant'è che esso non fu mai neppure discusso in Parlamento, poiché quelli che Andreatta definisce "la coalizione degli interessi contrari" si ritrovò davanti al fatto compiuto, e non fu più in grado di modificare quella norma.

    Ma che cos'è questo debito pubblico?

    La massa disinformata dei cittadini è convinta che il debito pubblico sia una cosa simile al debito di una famiglia. Non è colpa loro, ovviamente, ma di un'informazione serva. Diamo allora una definizione corretta di debito pubblico: uno strumento, fornito dallo Stato, per reperire fondi dal settore privato concedendo in cambio uno strumento per trasferire "al futuro" il proprio risparmio in eccesso. Insomma, il debito pubblico è (meglio: era) un servizio di tutela e tesaurizzazione del risparmio, che lo Stato rende (rendeva) al settore privato. Va da sé che, se è un servizio, questo deve essere pagato. E così è stato, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni settanta. Per tutto quel periodo, infatti, l'interesse medio pagato sui titoli di Stato, in tutto il mondo occidentale, ed anche in Italia, è stato costantemente inferiore al tasso di inflazione di circa l'1,5%!

    Tutto cambia nel 1981, dopo il famoso "divorzio". A partire da quella data, grazie alla graziosa congiura del malemerito Nino Andreatta, fu fatto divieto alla Banca d'Italia di intervenire alle aste per il collocamento dei titoli di Stato per acquistare (stampando moneta) i titoli che lo Stato non riusciva a collocare al tasso di interesse da esso stabilito.Analoghi provvedimenti erano già stati adottati in altri paesi (ad esempio la Francia, nel 1973). Il risultato fu lo stesso ovunque: una salita dei tassi di interesse nel collocamento dei titoli di Stato, che ha avuto un pesante effetto redistributivo in favore della rendita finanziaria. Attenzione: ho detto "effetto redistributivo", e la cosa deve essere ben intesa. Già, perché "spiazzare" risorse dal mondo del lavoro verso la rendita finanziaria, se da un lato contribuisce a creare una situazione di ingiustizia, perché sono favoriti i possessori di capitali da mettere a rendita, a scapito dei lavoratori che questa rendita devono retribuire, dall'altro lato è pur vero che questa rendita resta nella disponibilità delle imprese e delle famiglie, contribuendo alla stabilità e al contenimento dell'inflazione. Ed è proprio quest'ultimo aspetto che Nino Andreatta mette in evidenza nella sua lettera al sole24ore, allorché scrive: "Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all' adesione allo Sme (di cui era un' inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione".

    La disinflazione di cui parla Nino Andreatta è quella causata dalla natura endogena della moneta. In pratica, sottraendo capitali all'investimento produttivo, e reindirizzandolo verso la rendita finanziaria alimentata dalle tasse dei lavoratori (essi stessi per altro in parte percettori della rendita stessa) si tende a diminuire la velocità di circolazione della moneta, rafforzandone la funzione di strumento di tesaurizzazione. L'inflazione diminuisce e, al contempo, si gonfia la rendita finanziaria. Una scelta di tipo chiaramente redistributivo, dunque, e un altro tassello della lotta di classe. Sul piano macroeconomico della contabilità dello Stato, tuttavia, questa politica non ha effetti disastrosi, a meno che, come si è pensato bene di fare, non si associ ad essa un altro provvedimento: la liberalizzazione nella circolazione dei capitali.

    Conseguenze sul debito pubblico della liberalizzazione della circolazione dei capitali

    Se un cittadino italiano avesse voluto, ancora dopo il divorzio, acquistare bund tedeschi, non avrebbe potuto farlo. Ma il processo di integrazione europea, e l'ideologia liberista ad esso sottostante, presupponevano questa decisione, che fu implementata nel corso degli anni ottanta. La conseguenza fu che lo Stato Italiano si trovò costretto, per finanziarsi, ad operare in concorrenza con altri Stati. E anche, che una parte crescente del nostro debito pubblico si internazionalizzò, cioè fu acquistato da non residenti, sui quali lo Stato italiano non ha alcun potere impositivo. Per capirci: se tutto il debito pubblico fosse nelle mani di residenti, famiglie o imprese, lo Stato italiano potrebbe sempre abbattere lo stock di debito con il prelievo fiscale, preservando così la ricchezza complessiva del paese, mentre questo strumento non è utilizzabile nei confronti dei non residenti.

    Ma l'aspetto più grave del combinato disposto del "divorzio" e della liberalizzazione della circolazione dei capitali è il fatto che lo Stato italiano non è stato più in grado di decidere autonomamente la propria politica monetaria, che ha finito con l'essere condizionata dalle scelte economiche della Germania. E infatti, quando dopo il crollo del muro di Berlino questo paese ebbe bisogno di grandi flussi di capitali per finanziare la ricostruzione, alzò i suoi tassi di interesse, trascinando al rialzo i tassi di tutti i paesi europei, Italia compresa. L'effetto si vede benissimo nel grafico del rapporto debito/Pil, nell'area avidenziata. Nel 1990, per sovrappiù, avevamo pensato bene di rientrare nella banda ristretta di oscillazione dello SME.

    Le conseguenze, come economia insegna, furono due: aumentò il nostro debito (internazionalizzandosi ancor di più): dal 1990 al 1995 il rapporto debito/pil salì dal 100% al 121%. Inoltre, la nostra Bilancia dei Pagamenti, già in forte difficoltà, sperimentò un ulteriore tracollo. Come già ricordato, due anni dopo, nel 1992, in piena emergenza e dopo un folle quanto inutile sforzo di rimanere nello SME, fummo costretti ad uscire, svalutando del 25% in un anno. Gli effetti di questo allentamento del cappio furono benefici e immediati: l'inflazione scese di un punto percentuale, mentre le esportazioni ripartirono alla grande, insieme alla produttività. La nostra  Bilancia dei Pagamenti tornò in attivo, conseguendo il record storico di ben 40 mld di euro nel 1996.

    L'ingresso nell'euro

    Ma ormai la strada era tracciata e, nel 1999, entrammo nell'euro. Se nello SME erano ancora possibili oscillazioni intorno alla parità concordata, e riallineamenti, dal 1999 il cambio diventa rigido come l'acciaio. Anzi, sparisce il concetto stesso di cambio: la moneta è unica!

    Ci hanno raccontato che, se le cose sono andate male, la colpa è stata nostra, perché non abbiamo approfittato del famoso dividendo dell'euro. Una favola, questa, in cui non crede più nessuno, e che può essere smontata pezzo per pezzo, dati alla mano. Lo ha fatto, meglio di quanto possa mai farlo io, il Prof. Alberto Bagnai, con il suo blog Goofynomics, e soprattutto con il suo libro, "Il tramonto dell'euro". E, prima di Alberto Bagnai, lo hanno fatto coloro che, nel 1978, intervennero per tentare di frenare la deriva che ci avrebbe condotto all'adozione della moneta unica: Luciana Castellina (PdUP), Fabrizio Cicchitto (PSI), Lucio Magri (PdUP), Giorgio Napolitano (PCI) , Massimo Gorla (PCI).

    A quelli che vi chiederanno "ma chi è Alberto Bagnai", potrete rispondere che è l'erede, tra gli altri, di Giorgio Napolitano, o almeno di ciò che era Giorgio Napolitano prima della metamorfosi... sic!

    Mi limiterò dunque a mostrarvi due grafici, relativi al debito pubblico e ai saldi delle bilance dei pagamenti della Germania, dei cosiddetti PIIGS e della Francia. Dal primo, potete evincere come, allo scoppio della crisi, due dei paesi cosiddetti PIIGS avevano un rapporto debito/Pil molto più basso della Germania, un terzo (il portogallo) di poco superiore, mentre il nostro, pur alto (per le ragioni che vi ho spiegato) era comunque in discesa. Solo la Grecia era fuori dai cardini, secondo il parametro debito/Pil!

    Per quanto riguarda il secondo, La Bilancia dei Pagamenti in $, vi faccio una semplicissima domanda: vi sembra credibile che, a partire dal 2000, in Germania siano diventati tutti mostruosamente virtuosi, mentre in Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, siamo diventati tutti dei "porci schifosi"? E se invece i "porci schifosi" fossero quelli che ci dicono che è colpa nostra?

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