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    Mara Muscetta
     La riforma della Giustizia: Intercettati di tutto il mondo, unitevi! 26-01-2009
     CopyLeft: Mara Muscetta

    Ad invocarne  l'urgenza, oltre al P.D.L.,  sono  soprattutto gli esponenti dell' Udc di Pier Ferdinando Casini, come  Cuffaro, condannato a Palermo, e ancora oggi  Lorenzo  Cesa, inquisito a Catanzaro. Casini si siede quindi  volentieri al tavolo col Ministro Alfano,  sempre più convinto di dover affrettare i tempi.  La Lega, che ha la priorità federalismo, molto meno, ma   D'Alema e Violante non fanno  mai mancare   il loro ideale  sostegno bipartisan, dicendo  che i P.M. hanno troppo potere,  mentre Di Pietro  teme che concedere un dito possa significare la possibile amputazione  di un braccio,  e preferisce la discussione  trasparente in Parlamento, con una legge chiara, a favore di  maggiori risorse  per gli uffici giudiziari,  per dotarli di personale, per razionalizzarli sul piano informatico, al fine di accelerare  i tempi  e la conclusione dei   processi civili e penali.

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    Berlusconi non ha mai nascosto che il vero obiettivo della riforma dovrebbe essere quello di sottoporre i P.M.  al potere esecutivo, e di affidare alla sola polizia giudiziaria il compito delle indagini, la quale poi dovrebbe decidere cosa far sapere e cosa nascondere ai magistrati.  Intende anche riformare i criteri  di nomina dei membri del CSM,  aumentando il numero dei membri politici, di nomina presidenziale, e dividerlo in due sezioni (una per la magistratura inquirente  l'altro per la giudicante, tutte  idee emerse al tempo della bicamerale di D'Alema). Berlusconi vuole poi  limitare al massimo le intercettazioni, che, accelerando le inchieste, mettono gli indagati con le spalle al muro. Su questo  solo una parte del PD è d'accordo, (mentre  c'è gente della Margherita che vuole rompere con  il "giustizialismo" Di Pietro.  Una volontà bipartisan di  indebolire il controllo sulla legalità?

    La situazione è inquietante, soprattutto in Sicilia.   Vincitore delle ultime elezioni,  Raffaele  Lombardo si appresta a diventare il  nuovo Viceré, offrendo un  gustoso piatto di pasta con le sarde,  in salsa autonomista.
    Il Movimento per l'autonomia rivendica  infatti alla Regione il diritto  di controllare la sicurezza sul territorio, coordinandolo  con le Province, e non con i Prefetti, che dipendono dal Ministero degli Interni,  con pieni poteri al presidente Lombardo, sulla base dell'art. 31 dello  Statuto speciale della Regione Sicilia, finora mai applicato. Esiste una ricca corrispondenza del Viceré con il generale dei carabinieri Antonio Pappalardo, ora in pensione, che ha in mente un Piano Siculo, tipo rangers, da attuare con  la sua Associazione per la Sicurezza e la legalità, che conta 5000 iscritti, reclutati tra funzionari di pubblica sicurezza,  carabinieri  e finanzieri in pensione. Qual'è il vero obiettivo dell'Associazione? Accedere ai 1200 milioni di euro messi in campo dall'Unione Europea per la sicurezza e la legalità nei territori ad alto tasso di criminalità organizzata.   Interessante sapere che ne pensa  Maroni di queste  ronde alla siciliana, lui,  ministro  dell'interno della Lega Nord,  dal momento che le ritiene giuste  nel Veneto,  in Lombardia. Associazioni analoghe sono nate persino in Emilia, con la benedizione di Cofferati.  Enzo Letizia, segretario generale del sindacato dei commissari in Sicilia è  invece nettamente contrario. Si creerebbe una quarta autorità di pubblica sicurezza, dopo il  commissario, il questore, il Prefetto. E a guidarla dovrebbe essere un eletto, proprio nella regione dove  c'è  stata una  ormai storicamente   accertata  collusione tra le istituzioni locali e  la mafia, dai  tempi di sindaci come  Vito Ciancimino,  fino all'ultimo presidente della Regione, Totò vasa- vasa.
     
    Pappalardo è uno dei fedeli sostenitori del progetto Sicilia Nazione del Presidente Lombardo, nemico acerrimo di Garibaldi e della sua impresa patriottica.  Fà  anche parte  del CDA per il Ponte di Messina. Un militare a guardia del Ponte  sullo Stretto.
     
    Una risposta musclée è venuta ieri notte, da un blitz  inatteso di 1200 carabinieri,  seguito da  100 arresti in pieno centro di Palermo, in altre città siciliane, e perfino in Toscana.  Coordinata dal Procuratore nazionale antimafia  Grasso, l'operazione trae origine da una serie di utilissime  intercettazioni telefoniche, che hanno rivelato un progetto molto pericoloso,  quello  di ripristinare la stessa struttura di Cosa nostra in vigore alla vigilia del maxi-processo.  Nelle conversazioni  sono emersi  però accesi contrasti su chi  dovesse essere il nuovo capo dei capi, Lo Presti o Capizzi. Allora, prima che si scatenasse una sanguinosa faida, è stato deciso il blitz notturno. Almeno questa è stata   la spiegazione ufficiale. Ma Lo Presti, arrestato  ieri notte, si è suicidato in carcere: era stato messo da due anni  in libertà sorvegliata, dopo una lunga detenzione, e  forse ora, anche pensando alla sua famiglia, non voleva regredire alla sua antica condizione. Domanda:  Il generale Pappalardo è stato invitato a  collaborare al blitz, con la sua associazione, o no?  Visto  poi che il presidente  Lombardo auspica anche  la creazione delle sezioni siciliane della Cassazione,  ci si chiede se il procuratore Grasso sia  d'accordo  con questo progetto, oppure abbia   ordinato l'operazione notturna  in tutta autonomia, per tenere  saldamente in mano  la barra delle indagini, e non abbandonarla al potere esecutivo locale e ai suoi sceriffi.
     
                                   ***
    Dopo la  netta sconfitta del P.D sul piano elettorale in Abruzzo, (30% di astensioni sono un preciso segnale di disaffezione  cittadina ), c'è stato un   moltiplicarsi degli arresti  a Napoli (13 persone, fra cui due assessori comunali, implicati  in un appalto megamiliardario  per la riparazione delle strade cittadine  dell''imprenditore  Romeo, titolare di Global Service, senza contare il suicidio dell'assessore di Pianura, anche lui implicato. A Pescara è stata scoperta una nuova tangentopoli, documentata da contratti  e da verifiche bancarie, per  la costruzione di un grande teatro  sulla piazza della stazione,  con parcheggio sotterraneo. L'Operazione era destinata a cambiare radicalmente il volto della città, ma   il sindaco D'Alfonso è stato arrestato nottetempo perché, a partire da bonifici bancari, sono state trovate prove materiali  di tangenti.  Il costruttore era Toto, proprietario di Air One, che ha ora partecipato alla cordata Cai.    A questo si sono aggiunte   le inchieste sulla giunta regionale in  Basilicata, per le tangenti sullo sfruttamento di un giacimento petrolifero concesso alla Total, e nel registro degli indagati c'è  anche il deputato  del PD Margiotta.  Per tutti vale la presunzione d'innocenza, fino a prova contraria.
     
    Ma  ad  accendere la miccia polemica e la febbre riformista,sono stati  gli episodi eclatanti delle procure di Salerno e Catanzaro,  con il reciproco sequestro dei computers.  Il CSM ha  salomonicamente punito ambedue  le procure,  decretando il trasferimento dei due capi: Apicella e, fra 4 mesi, Jannelli.   Invece è clamorosamente  venuto alla luce il gigantesco insabbiamento  delle  inchieste condotte da Luigi  De Magistris,  tutte archiviate dopo il trasferimento del magistrato a Napoli. E   l'opinione pubblica non è   arrivata  a capire bene quello che è  realmente successo a Catanzaro l'anno scorso, e in che cosa consisteva l'inchiesta Why not. Si spera  solo che le indagini non solo non  vengano di nuovo insabbiate, ma  che le carte   possano  tornare   a  chi le conosceva bene:  Luigi De Magistris, punito col trasferimento  a Napoli, dopo aver  inscritto nel registro degli indagati l'ex ministro Mastella.  Il magistrato  dovrebbe dar conto del suo operato non solo ai superiori del CSM , ma anche  alla pubblica opinione. Infatti nell'inchiesta Poseidone aveva raccolto dati precisi su  una truffa di 800 milioni di euro  di fondi europei, destinati alla depurazione delle acque marine calabresi, vivamente  sollecitata  dai cittadini  locali, e anche  dai turisti. Tra gli   indagati  personaggi importanti, come  Lorenzo Cesa, dell'UDC,  il forzista Pittelli, e  Enzo Saladino, di Comunione e Liberazione, che era,  come Romeo a Napoli, un personaggio  di raccordo fra elettori e  politici, capaci di  reperire fondi europei, per  creare posti di lavoro e procurare,  al momento opportuno, il  voto di scambio.  Al Sud, e non solo, le cose funzionano così. Tutti sanno che l'urgenza  della Riforma riguarda soprattutto la   giustizia  civile amministrativa, per accelerare i tempi biblici dei  processi, e garantirne la conclusione. Ma c è anche un'altra urgenza:. quella di  una legge sulla non candidabilità  nelle liste elettorali di persone   implicate in indagini, o responsabili di reati contro la P.A, Altrimenti non ci si può meravigliare se la gente,  invece di andare a votare, preferisce o andare  al mare se c'è il sole,  o restare  a casa se nevica. 
     
    Fin qui la cronaca sommaria di quanto è accaduto, ma vorrei tornare un po' più indietro nel tempo. ed esporre qualche riflessione  sul pensiero di  un grande riformista napoletano del Settecento : Gaetano Filangieri. Leggendo  gli atti  del Convegno su Il pensiero meridionale, tenuto ad Avellino, nel 2006 (a cura di Giuliano Minichiello e Clementina Gily,  Edizioni del Centro Dorso 2008)   si apprende  che "L'Esprit des Lois" di Montesquieu, pubblicato a Parigi nel 1748, era  stato immediatamente  tradotto  a Napoli, nel 1750.  Dopo il trattato di Acquisgrana (1748)  il Regno di Napoli era divenuto indipendente  dagli  Spagnoli, e   
    quindi il nuovo sovrano, Carlo III° di Borbone,si accingeva a varare una serie di  Riforme, economiche e giuridiche,  con l'aiuto del suo ministro Bernardo Tanucci, sull'esempio di quelle  in corso  a quel tempo  in tutti i  paesi europei.   Gaetano Filangieri,  giovanissimo  giurista,   esordiva nell'impegno politico e intellettuale pubblicando,  nel 1774, le Riflessioni politiche sulla Riforma dell'amministrazione della Giustizia.  Affermava  il diritto del Sovrano a fare leggi uguali per tutti, rispetto alle quali tutti, anche i magistrati, sono tenuti ad obbedire, ma, d'altra parte, l'incompatibilità dell'arbitrio del despota con la libertà dei cittadini. "Niuna cosa ha dato tanto da temere quanto la pubblica censura". E, a proposito delle   teorie di Montesquieu, diceva : "Bisogna costringere i magistrati a dare conto al Pubblico  per iscritto  della giustizia delle loro decisioni".  Filangeri sollecitava  insomma il diritto  di una cittadinanza attiva, all' esercizio di controllo e freno, svolto dall'insieme dei cittadini. Solo questo  li  avrebbe differenziati  dall'essere  sudditi. Questo concetto di pubblica opinione era  un tema tutto moderno, di grande efficacia,  e spostava l'accento dal piano giudiziario a quello politico.
     
    Oggi lo sentiamo particolarmente  attuale nel nostro paese il principio di Montesquieu della separazione dei poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario, il quale veniva accolto  da Filangeri, con una precisazione:   i poteri, non solo dovevano  essere distinti,  ma, dovevano  essere incomunicabili.(!) 
     
    Beh, non  possiamo dire che sia proprio  quello che accade oggi in Italia, visto che  gli onorevoli  Ghedini e Pecorella, avvocati  difensori nei processi al  "sovrano " attuale, hanno per anni  fatto la spola tra i tribunali, dove si celebrano i processi del capo, e  il Parlamento  di cui facevano e fanno parte,  per concordare con il grande manitou   i modi migliori di  neutralizzare le procedure  giudiziarie in corso, con nuove leggi ad hoc.  Ma, diceva Filangeri, che ne sarebbe di noi  se l'opinione pubblica non ricoprisse d'infamia il monarca che ordina una legge ingiusta, il ministro che la propone, il magistrato che la fa eseguire? Il  concetto di cittadinanza attiva  diviene la tesi centrale de "La scienza della legislazione", dove tra l'altro il filosofo  ricordava a tutti  i  sovrani  che i loro interessi  sono combinati con quelli dei popoli, che  la loro forza dipende dalla pubblica prosperità, e  il loro impero è sempre  debole ed esposto, finché non è sostenuto dalla felicità del popolo e dell'esercizio da parte loro della sovranità.
     
    Filangeri sapeva però che la cittadinanza attiva era possibile solo  in regime di democrazia. e per questo era affascinato dalla Rivoluzione Americana.  Tutti gli  uomini nascono liberi e uguali, tutti con lo stesso diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, diceva la Dichiarazione d'Indipendenza. Ma perché i cittadini potessero  conquistare, oltre al benessere, anche  la loro  maturità intellettuale,  essere protagonisti delle proprie scelte, e arrivare a incidere sulle decisioni  politiche  collettive, bisognava che la legalità fosse saldamente difesa, perché solo così si sarebbe potuto  garantire un solido amore di patria.
     
    Ci chiediamo: siamo felici noi, visto che la situazione italiana  è così insoddisfacente, e che il principio della separazione dei poteri viene minacciato un giorno si e l'altro pure? La destra risponde di si, visto che gli italiani eleggono con tanto entusiasmo Berlusconi.  Gli insoddisfatti sono una minoranza. Ma attenzione! Se l'accordo  dei cittadini col potere dipende dalla  pubblica prosperità, non è  affatto questo  il caso in tempo di crisi, finanziaria, strutturale e morale, quando le risorse pubbliche,  già così scarse, vengono  continuamente saccheggiate, a profitto di pochi interessati, in appalti, subappalti, e tangenti. Una  crisi  che  in prospettiva  non lascia intravedere alcun  miglioramento a breve termine, vista la contaminazione di metodi illegali nell'amministrazione della cosa pubblica, a sinistra come a destra.
    Ogni giorno assistiamo a vere e proprie débacles dei politici  dell'opposizione, ai quali  avevamo  dato la nostra  fiducia. I capi  (sindaci, presidenti di provincia o di regione)  sono autorizzati dall'attuale sistema di  voto  a prendere decisioni  rapide, ma i contrappesi  concreti, i controlli sul loro operato da parte delle assemblee  (Comunali, provinciali, regionali e parlamentari ) sono debolissimi, e non più in grado di funzionare in modo efficace, rispetto ai poteri strabordanti della leadership.  
    Le situazioni  in Abbruzzo, in Campania, a Napoli  città,  in Basilicata  e in Sicilia  ne sono  la prova flagrante.  La politica non sembra  in grado di esercitare le necessarie auto-verifiche, prima che la giustizia intervenga, e cerca di  vendicarsi  con le controriforme della giustizia, per evitare i controlli.   Conclusione: in questo momento di  profondo  disagio forse tutti, a destra e a sinistra, dovrebbero sentire  il bisogno di rileggere "La scienza della legislazione" di Filangeri. Soprattutto  Angelino Jolie e l'on. Ghedini. Vogliamo fare una colletta  per un   regalo   di Natale  anche  a  Berlusconi, a Casini, a Violante o a D'Alema, perché non  venga messa in atto una contro-riforma,  che annulli tutte le garanzie  presenti nella Costituzione?  Siamo noi, la cittadinanza attiva,  a chiederlo, grazie anche all'ottima  informazione, efficace e precisa dei giornalisti coraggiosi, che rifuggono dal  gossip da tabloids. Non potremmo mai  leggere "CHI", nemmeno dal parrucchiere, perché sono quelli  i giornali che  consentono agli imbroglioni di esserci, come modello da imitare, quali che siano i loro strafalcioni politici o professionali.  E  vorremmo  una  nuova legge elettorale, che escluda gli indagati dalle liste,  che ne riduca il numero e i privilegi, che includa anche il diritto di revocarli, quando la fiducia viene tradita.  Una rivoluzione di velluto: senza ghigliottine!  

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