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     ACEA SpA, se la conosci la eviti 26-01-2009
     CopyLeft: Bruno Picozzi

    Il 15 agosto 2008 Alex Zanotelli scriveva in un suo appello a favore delle gestione pubblica dell’acqua: “A Castellamare di Stabia 67mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori , (una SpA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell’ACEA di Roma). Questo in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da Nola a Sorrento).

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    Chi ha letto solo un poco dei problemi sociali connessi alla scarsità d'acqua nel mondo avrà sentito parlare dell'impresa francese Suez, secondo gestore mondiale di servizi idrici dopo l’altro gioiello francese Veolia. Da dieci anni la Suez controlla l'8,6% di ACEA SpA, una municipalizzata, ovvero un'impresa a partecipazione pubblica il cui 51% è di proprietà del Comune di Roma. ACEA dovrebbe avere come sua principale funzione garantire il diritto all’acqua ai cittadini di Roma, invece preferisce costruire inceneritori e promuovere politiche di privatizzazione dell'acqua in molti paesi del sud del mondo. Alcuni dicono privatizzazione selvaggia ma in realtà la privatizzazione dell'acqua è sempre e solo selvaggia! 

    ACEA ha interessi in Armenia, Albania, Perù e in Honduras, dove dal 2004 la popolazione locale si oppone alla privatizzazione imposta da questa impresa italiana. Nel 2008 ACEA ha tagliato il servizio di acqua potabile a tutti gli honduregni più poveri, quelli che non hanno trovato i mezzi per pagare due fatture consecutive, suggerendogli di comprare bottiglie di acqua minerale Frasassi, imbottigliata nei pressi delle omonime grotte nelle Marche, ad opera della stessa ACEA.
    Un miracolo italiano, in fondo.
     
    Oggi molti leggono peste e corna della privatizzazione dell’acqua ma fanno spallucce e cambiano pagina. Tutto sommato è un problema complesso da capire e abbiamo già tanti problemi, i bambini da portare a scuola, il lavoro da gestire, la casa da sistemare, non possiamo occuparci di tutto. E poi a qualcuno bisogna pur pagare, che differenza fa se è pubblico o privato? Il privato almeno porta un poco di efficienza!
     
    Molti leggono della privatizzazione dell’acqua e non capiscono che proprio l’acqua potabile è il Piave della resistenza contro l’occupazione del territorio da parte delle nuove oligarchie del potere. Se perdiamo l’acqua avremo perso tutto.
    Non c’è sinistra e non c’è destra in questo ragionamento, ma ci sono libertà e buonsenso opposti all’interesse di pochi e alla mercificazione dei beni comuni.
     
    L’acqua potabile è il primo e più importante di tutti i beni comuni. Senz’acqua potabile non c’è vita. Senza cibo si resiste mesi, senz’acqua da bere nemmeno tre giorni. Dove c’è acqua ci sono giardini, parchi, fontane, coltivazioni, allevamenti, ombra d’estate e vita sociale d’inverno. Dove non c’è acqua c’è il deserto!
    L’acqua è motivo di conflitti sociali in tutti i Paesi in via di sviluppo. L’acqua è la chiave di lettura di alcuni tra i grandi conflitti della storia, come ad esempio quello arabo-israeliano. L’acqua è l’arma di ricatto con cui si può portare a buon fine un assedio.  “L’acqua – dice Milena Gabbanelli – è un bene inalienabile che non dovrebbe essere nelle mani di chi ha come fine l’utile o il dividendo.”
    L’acqua è un diritto di tutti e non può essere oggetto di commercio.
     
    Invece proprio l’acqua è l’ultimo oggetto dei desideri di quella lobby destrosinistroide italiana che è il partito delle privatizzazioni, unica cosa su cui poter mettere d’accordo uno schieramento trasversale che va da La Russa a D’Alema, col beneplacito di Berlusconi, Prodi, Casini, Fini, Follini, Rutelli, Veltroni e compagnia cantando. D’accordo anche Bossi, perché le privatizzazioni in fondo sono federaliste…
     
    Il 5 agosto 2008 il Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112 firmato dal ministro Tremonti, che nel comma 1 afferma: "Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonche’ di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili. "
    Segue al quinto comma: "Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati".
     
    Tradotto dal politichese, l’articolo dice che tutti, ma davvero tutti, devono avere libero accesso ai servizi pubblici, ma che questi possono essere gestiti dai privati. Come dire: tutti possono andare al cinema, però dopo aver pagato il biglietto; tutti possono vedere la partita in TV, dopo aver pagato l’abbonamento a Sky; tutti possono usare il telefono, dopo aver comprato la scheda; tutti possono ricoverarsi per accertamenti, dopo aver pagato il ticket.
     
    La verità è che vi sono servizi e servizi. Della partita posso fare a meno e quindi è giusto che paghi il servizio di trasmissione, conformemente alle regole di mercato. Se non ho i soldi per Sky mi faccio una passeggiata sul lungomare oppure chiamo un amico a giocare a carte e tanto peggio per il tifo.
    Ma se devo chiamare urgentemente i pompieri o i carabinieri non possono chiedermi di comprare la scheda, infatti alcuni numeri d’emergenza sono gratuiti da tutti i telefoni. Se sto morendo di un attacco respiratorio non mi possono chiedere la carta di credito per ricoverarmi in ospedale.
    Se non ho i soldi per pagare l’acqua, non possono staccarmela. L’acqua è vita, non si può negare a nessuno!
     
    Invece, proprio perché è un servizio essenziale, i privati vogliono metterci su le mani e lo stanno facendo in Italia grazie ai meriti parlamentari di Veltrusconi e di Casini, maritato Caltagirone, mani addentro nella gestione privata dell’acqua.
     
    Qualcuno potrebbe pensare, a voler essere buoni, che si tratta di una giusta operazione per redistribuire i proventi e gli oneri dei servizi a consorzi di cittadini particolarmente attivi dal lato imprenditoriale. Una cosa buona a livello locale, insomma.
    Niente di più falso. Le società che stanno invadendo l’Italia (e il mondo intero) per accaparrarsi il controllo dell’acqua sono due. Soltanto due, ed entrambe francesi: Veolia e Suez.
     
    Sono due giganti, due mostri dell’investimento, due tra le maggiori società di capitale al mondo. Sono due piovre che stanno allungando i tentacoli sull’acqua di tutto il mondo, acchiappando contratti pluridecennali a macchia di leopardo grazie alla firma ben consapevole di migliaia di amministratori locali.
     
    La strategia di questi due colossi, sconosciuti ai non addetti ai lavori, mi fu raccontata lo scorso agosto da un ex alto dirigente pentito di Veolia durante un laboratorio all’università estiva di Attac, a Saarbrücken.
    La sua premessa fu che l’occupazione nazista della Francia portò alla chiusura di tutte le imprese nazionali, escluse due: Veolia e Suez. Da verificare, ma quello fu il grado d’importanza che l’ex alto dirigente volle dare alla sua ex azienda.
     
    Una società come Veolia ha capacità contrattuali incommensurabili. Quando giunge in un villaggio o in una piccola città, ad esempio nel basso Lazio, lo fa sotto forma di una SpA controllata, dove raramente compare il nome della società madre. Le leggi sono permissive, permeabili, a volte conniventi come il nostro dl 112/2008 a firma di Tremonti. Localmente i problemi invece sono relativi al quotidiano, lontanissimi dalle grandi questioni politiche e filosofiche. Basta proporre al sindaco un contratto di 40 anni a tutto vantaggio del popolo, così è scritto, che vedrà migliorare la qualità del servizio e diminuire i costi per l’amministrazione. Un sogno!
    La nuova società di gestione avrà bisogno di un ufficio in zona e magari proprio suo figlio, signor sindaco, potrebbe lavorare per noi come geometra, perito, usciere, portalettere, attacchino… insomma, signor sindaco, è un’occasione irripetibile per migliorare il servizio e dare un’opportunità a tanti giovani della zona.
    E il sindaco firma il contratto impegnando la comunità per 40 anni nei confronti di questa società di capitale che chiederà soldi a due generazioni di cittadini con un unico obiettivo: vendere, massimizzando i profitti.
    A volte il contratto prevede un minimo di consumo al di sotto del quale la società va in perdita. Se questo succede la comunità paga il mancato consumo in termini di conguaglio.
     
    Ecco come avviene che ad Aprilia, nel basso Lazio, le bollette siano rincarate fino al tremila per cento, dopo l’affidamente del servizio idrico nel 2002 ad Acqualatina SpA, controllata da Veolia al 49%. Sebbene la maggioranza della società appartenga ad un consorzio di 38 comuni, chi crede che gli amministratori pubblici locali sappiano ragionare da pari a pari con dei veri maghi professionisti dello sfruttamento dell’acqua? Ad Aprilia è scoppiata una guerra che ha visto le migliaia di cittadini economicamente più deboli rifiutare il pagamento di bollette esorbitanti e coalizzarsi per il ritorno al pubblico. Una guerra che non sarà facile vincere perché alle spalle di Acqualatina c’è Veolia, e negli uffici di Veolia gli avvocati non mancano e sono anche bravi. E sebbene nel gennaio 2008 i vertici di Acqualatina siano stati tutti incriminati da un’inchiesta della magistratura che ipotizzò truffa, frode e falso ideologico, mai dare nulla per scontato in questa Paese della giustizia di Pulcinella.
     
    Questa privatizzazione estensiva delle nostre reti idriche a vantaggio di Veolia e di Suez è sicuramente il frutto di strategie cresciute nella segretezza dei consigli di amministrazione delle grandi aziende dove sono presenti sempre i soliti personaggi, pronti a ricattare gli amministratori locali schiacciati da debito pubblico, crisi dei derivati venduti in frode e tagli voluti dal governo, nonché dai problemi quotidiani come la sistemazione del figlio.
     
    Grazie a queste premesse ACEA SpA è diventata il principale operatore idrico a livello nazionale sia per numero di popolazione servita che per volumi erogati e relativo fatturato. Essa è anche uno dei principali obiettivi del risentimento popolare contro la malagestione della cosa pubblica da parte di amministratori grondanti di conflitti d’interesse.
    Come sia ancora possibile che nuovi amministratori propongano impunemente alle popolazioni l’intervento di questa società è un mistero. Misteriosi sono i ragionamenti e gli accordi che portano a queste proposte, ma soprattutto misteriose sono le motivazioni che accompagnano queste proposte, prefigurando miglioramento dei servizi e riduzione dei costi come se non fosse obiettivo dei privati far soldi, sempre soldi, unicamente soldi.
     
    Oggi molti leggono di privatizzazione dell’acqua e fanno spallucce perché hanno tanti problemi. L’acqua privatizzata si aggiungerà poi ai tanti problemi diventando uno dei primi e dei più importanti, da risolvere a suon di bigliettoni e mal di fegato.
    La sola speranza è che i cittadini si sveglino dal torpore calcistico/grandefratellaro e comincino a capire cosa difendere e cosa no, misurando per bene quella linea del Piave oltre cui ogni concessione diventa impossibile perché perdere lì significherebbe perdere su tutto.

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