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     Unione Europea: la fase transitoria prima del crack. 31-12-2013
     CopyLeft: Fiorenzo Fraioli

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    Il rapporto Werner fu adottato nell'ottobre del 1970. In esso si raccomandava la costituzione di un'unione economica e monetaria nell’arco di un decennio con l'obiettivo finale di rendere libera la circolazione dei capitali e fissare permanentemente i tassi di cambio tra le valute della CEE, ipotizzando anche l’adozione di una moneta unica. Nel rapporto si raccomandava di rafforzare il coordinamento delle politiche monetarie man mano che le fluttuazioni valutarie si fossero smorzate. Veniva posta l’attenzione sulla necessità di coordinare le politiche fiscali dei paesi della CEE e veniva ribadita la necessità di un accordo sul modo di finanziare i disavanzi di bilancia dei pagamenti e di utilizzare i surplus.

    Ci sono, in questa sintetica descrizione del rapporto, alcuni concetti che possono non essere chiari per il lettore medio; costui può essere persona di grande cultura, ad esempio uno stimato dantista o un profondo conoscitore della storia medievale o di scienza delle costruzioni, e al contempo non intendere il significato dei termini testé usati. Ricordiamo allora che il "tasso di cambio" esprime il rapporto tra due monete, ad esempio quanti euro servono per comprare un dollaro, o viceversa. Come è noto, questi rapporti non sono costanti nel tempo. Il rapporto Werner indicava il percorso per addivenire, in una prima fase, ad una fissazione definitiva dei rapporti di cambio tra le monete dei paesi europei, condizione preliminare per il successivo passaggio alla moneta unica. Cosa che è effettivamente avvenuta, sebbene con quasi venti anni di ritardo rispetto alla data (il 1980) indicata nel rapporto Werner.

    Occorre altresì chiarire che la libera circolazione dei capitali  all'interno dell'Unione Europea non è un obiettivo ulteriore rispetto alla fissità dei cambi (o alla moneta unica), ma ne reppresenta la precondizione assolutamente necessaria. Sarebbe come se, al tempo della lira, i capitali privati italiani non avessero avuto libertà di movimento sul territorio nazionale! Dunque, moneta unica europea significa, necessariamente, libertà di circolazione dei capitali, almeno all'interno dei confini dell'Unione. Nel seguito chiariremo quanto la libertà di circolazione dei capitali sia indispensabile alla moneta unica, e le ragioni per cui gli "architetti dell'euro" abbiano "spinto" in questa direzione fino a fare dell'eurozona l'area economica più liberista del mondo.

    Mettiamo anche a fuoco un altro importante concetto: in economia quello che è veramente importante non sono le differenze assolute, ma le variazioni, nel tempo, delle grandezze macroeconomiche. Ad esempio, se in un dato istante il reddito della Calabria è il 50% di quello della Lombardia, e dopo 10 anni tale rapporto è ancora lo stesso, possiamo dire che la distribuzione del reddito tra le due regioni è costante. Meglio ancora se il reddito della Calabria cresce più velocemente di quello della Lombardia, mentre, se accade il contrario, c'è qualcosa che non va. Le differenze di reddito tra le regioni di una entità politica possono approfondirsi anche se il reddito complessivo del paese cresce, il che è quello che è accaduto spesso in Italia. La situazione peggiore, ovviamente, si ha quando le differenze di reddito tra le regioni si accentuano e il reddito complessivo è in calo. Questo è quello che sta accadendo in Italia e, se le cose non cambiano, finirà con il succedere all'Europa nel suo complesso.

    Gli squilibri che possono manifestarsi all'interno di una comunità politica hanno origine sostanzialmente in deficit della bilancia commerciale (import-export di merci) tra le sue regioni. Quando ciò avviene si mettono in moto meccanismi di riaggiustamento automatici che sono di natura finanziaria, fiscale e dipendenti dalla mobilità del lavoro. Quest'ultimo aspetto è particolarmente importante, perché la disponibilità dei lavoratori a trasferirsi dalle regioni in deficit a quelle in surplus limita l'ampiezza dei riaggiustamenti finanziari e fiscali. Ovviamente la mobilità del lavoro è funzione di fattori di natura geografica, normativa, linguistica, culturale, religiosa et-cetera, che non sempre sono favorevoli. In sintesi possiamo affermare che la mobilità del lavoro è una conseguenza dell'esistenza di un "popolo", perché le persone sono più facilmente disposte a trasferirsi da una regione all'altra quando ciò non viene vissuto come un abbandono della comunità di origine. Inoltre, in presenza di uniformità culturale, anche le tensioni (e i costi sociali e finanziari) conseguenti all'arrivo di immigrati nelle regioni in surplus sono minori. Quando la mobilità del lavoro, al contrario, è limitata da questi ostacoli, il riaggiustamento finanziario diventa assolutamente necessario. Questo può avvenire per via fiscale e/o per effetto della mobilità dei capitali finanziari privati.

    La leva fiscale ha il pregio di essere uno strumento automatico. Infatti, quando il reddito di una regione inizia a declinare per effetto dei deficit commerciali, scende anche il prelievo fiscale, mentre i trasferimenti dal centro, sotto forma di di spesa pubblica (scuole, ospedali, strade, sicurezza etc.), restano costanti, e anzi possono essere incrementati dal governo. In un certo senso la diminuzione dell'imposizione fiscale equivale (ha lo stesso effetto contabile di) a una diminuzione delle importazioni, mentre l'aumento della spesa pubblica equivale a un aumento delle esportazioni.

    Da quanto detto è evidente come, nel processo di integrazione europea, la mobilità dei capitali finanziari privati sia stata concepita come un fattore critico, stante il fatto che la mobilità del lavoro è fortemente limitata da ostacoli normativi, linguistici e culturali, mentre la leva fiscale non solo non è stata disponibile perché non si è realizzata l'unione fiscale, ma i singoli stati sono ora costretti, dalle politiche di austerità, ad utilizzarla al contrario, nel tentativo di riparare i danni che il ricorso eccessivo, per non dire esclusivo, al fattore di mobilità dei capitali finanziari privati, come unico strumento di riaggiustamento degli squilibri commerciali, ha provocato. Ciò è ormai acclarato, e riconosciuto perfino dal vice-presidente della BCE, Vítor Constâncio (Vítor Constâncio, Vice-President of the ECB, Bank of Greece conference on “The crisis in the euro area” Athens, 23 May 2013): "Gli squilibri han trovato origine principalmente dalle spese nel settore privato... finanziate dal settore bancario dei paesi creditori e debitori... il mercato finanziario europeo non ha funzionato in conformità con la teoria economica".

    Gli squilibri commerciali sono una conseguenza della moneta unica, che ha avuto l'effetto di aumentare la competitività di prezzo dei paesi più forti e di indebolire quella dei paesi più deboli. I primi, zavorrandosi con le monete più deboli, hanno visto aumentare la loro competitività di prezzo; i secondi, già indeboliti commercialmente dal fatto di avere una moneta, l'euro, troppo forte per loro, hanno per sovrappiù dovuto scontare un'aggressiva concorrenza della Germania che, con le riforme Hartz del 2003/2004, è riuscita ad abbattere il costo del lavoro, diminuendo il salario reale medio dei lavoratori tedeschi di oltre il 10%.

     

    In italia il settore finanziario, precedentemente regolato dal D.L. 6 giugno 1956, n. 476, convertito con modificazioni dalla L. 25 giugno 1956, n. 786, ha subito a partire dalla metà degli anni '80, dopo il c.d. divorzio Tesoro-Banca d'Italia, sostanziali modifiche nel senso di una piena liberalizzazione. Il combinato disposto del divorzio e del progressivo abbattimento di ogni vincolo alla circolazione dei capitali ha avuto l'effetto di innescare la crescita esplosiva del debito pubblico che è passato dal 59% del PIL nel 1981 al 123% nel 1993.

    Ne è conseguita una crescita tumultuosa del rapporto tra attività finanziarie e PIL, come mostrato in figura, alimentata dai rendimenti reali positivi pagati dallo Stato per finanziarsi sul mercato privato. Era il prezzo da pagare per un'Europa che stava nascendo zoppa: senza una politica fiscale comune, priva di un centro decisionale politico democraticamente eletto, con una struttura sociale e una stratificazione culturale che ne limitava la mobilità della forza lavoro, l'unico strumento di riaggiustamento previsto dal "progetto" era la creazione di un ampio mercato finanziario interno, per altro realizzato all'insegna della deregulation e con scarsi o inesistenti meccanismi di vigilanza, come i fatti hanno ampiamente dimostrato.

    Se gli interessi reali positivi pagati dallo Stato per finanziarsi sono stati la fonte primaria che ha alimentato il trasferimento dei redditi dal lavoro alla rendita, i processi di innovazione finanziaria hanno svolto la funzione di amplicazione del fenomeno, soprattutto attraverso il ricorso crescente allo strumento della cartolarizzazione. Questa consiste nel confezionare prodotti finanziari, il cui sottostante è costituito dai flussi di cassa derivanti dai mutui stessi, che le banche hanno rivenduto ad altre istituzioni finanziarie denominate "società veicolo". Le cartolarizzazioni sono così diventate il meccanismo di trasmissione tra il sistema della finanza speculativa e l'economia reale. La crisi americana del 2008, danneggiando in profondità l'unico strumento di riaggiustamento che gli "architetti dell'euro" avevano previsto per far fronte agli squilibri interni di bilancia commerciale, ha dato inizio alla crisi europea.

    Vale la pena descrivere il funzionamento del meccanismo di riaggiustamento per mezzo della mobilità dei capitali privati finanziari. Un paese in deficit commerciale, per pagare l'eccedenza delle importazioni sulle importazioni, deve vendere obbligazioni finanziarie. Le banche del paese in deficit emettono dunque delle obbligazioni con rendimenti appetibili per i portafogli degli investitori esteri e incamerano la liquidità necessaria per finanziare le importazioni dei residenti. Il funzionamento di questo meccanismo presuppone, ovviamente, che il paese in deficit abbia sufficienti risorse finanziarie precedentemente accumulate, oltre al fatto che la normativa comunitaria costituisca, nel suo insieme, un sistema ben regolato e attentamente vigilato. Per quanto riguarda il primo punto, esso è stato disatteso con l'ammissione frenetica di sempre nuovi membri nell'Unione Europea, anche quando (è il caso della Grecia) era evidente che questi paesi non disponevano di sufficienti riserve finanziarie per fronteggiare, non dico uno shock di grosse dimensioni, ma almeno una cronica seppur piccola situazione di deficit senza la necessità di crescenti finanziamenti, sostanzialmente a fondo perduto. Si dirà: "ma la Grecia è il cuore simbolico dell'Europa!". E infatti si è visto con quanto amore i paesi in surplus siano andati in suo soccorso!

    Quanto al secondo punto, la costruzione di un sistema finanziario ben regolato e vigilato, questo è stato implementato solo sul lato della completa deregulation, senza prestare la dovuta attenzione né alla regolazione dei flussi né alla vigilanza. In effetti il processo di unificazione europea è stato concepito con l'idea di fare affidamento su un ulteriore, seppur non dichiarato, meccanismo di riaggiustamento di lungo periodo, basato sulla contrazione dei redditi nei paesi in deficit, che ha l'effetto di diminuire le importazioni riequilibrando la bilancia commerciale. Questo processo, di per sé politicamente di difficile attuazione, viene tuttavia pericolosamente accelerato se le attività finanziarie dei paesi in deficit sono accettate dai paesi in surplus solo a prezzi decrescenti per mancanza di fiducia (lo spread). La conseguenza è un'ulteriore obbligata riduzione dei programmi di spesa dei governi, e degli investimenti degli operatori nazionali. La bilancia commerciale torna sì in pareggio, ma il rischio è quello di un esito deflattivo dalle conseguenze politiche e sociali devastanti. Al contrario, nei paesi in surplus l'acquisizione di attività finanziarie a condizioni favorevoli, quando non a prezzi di svendita, aumenta il rischio di bolle finanziarie, rendendo problematiche perfino eventuali politiche espansive a sostegno delle esportazioni dei paesi in deficit. La situazione è aggravata dal fatto che il confine tra le regioni in surplus e quelle in deficit coincide con quelli degli Stati nazionali che dovrebbero realizzare l'unione politica, e dunque fiscale, che è quello che interessa dal punto di vista macroeconomico.

    Nell'estate del 2012 sembrava che l'eurozona fosse sul punto di deflagrare, ma questo esito venne momentaneamente scongiurato dall'intervento del governatore della BCE Mario Draghi, il quale affermò che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per difendere l'euro, e che questo sarebbe stato sufficiente. In effetti le parole di Draghi facevano seguito a tre importanti provvedimenti intrapresi dal governo italiano, ovvero la LEGGE COSTITUZIONALE 23 Aprile 2012, n. 1 – “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale", la LEGGE 23 luglio 2012, n. 114 – "Ratifica del Fiscal Compact", la LEGGE 23 luglio 2012, n. 116 – "Ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità - ESM". Questa circostanza è un indizio importante del fatto che il nostro paese è l'epicentro della crisi, e che tutta la costruzione europea si regge sulla capacità dell'Italia di sostenere il peso degli impegni sottoscritti. Tuttavia, pur ammettendo la possibilità che l'Italia riesca a sostenere questo immane sforzo, vi sono ulteriori pericoli rappresentati dal fatto che, in Germania, poderosi interessi industriali e finanziari premono per liberarsi dell'euro, anche al costo di notevoli perdite finanziarie. La richiesta, che circola da qualche settimana negli ambienti della Bundesbank, di prezzare la rischiosità dei titoli pubblici detenuti dalle banche nei prossimi stress test di gennaio 2014, qualora venisse accolta potrebbe rappresentare il punto di svolta della lunga crisi dell'eurozona e aprire la fase della sua dissoluzione. Uno scenario reso ancora più cupo dal fatto che, a marzo, la FED potrebbe essere costretta dalle pressioni dei falchi repubblicani a interrompere il programma di quantitative easing che, iniettando 85 miliardi di liquidità nel sistema bancario americano, alimenta la domanda di beni di importazione dagli Stati Uniti.

    Nel nostro paese l'incognita che pesa sul piano dei prossimi sviluppi politici è la crescita di consapevolezza di settori sempre più ampi dell'opinione pubblica dei temi trattati in questo articolo. L'epicentro di questa dinamica si trova, a mio parere, in un angolo minoritario e trascurato, quello della sinistra cosiddetta radicale. Piaccia o no, è proprio in questo universo, che troppi commentatori tendono a trascurare quando non ad ignorare del tutto, che si trovano le risorse morali, culturali e di militanza che, se liberate, sono in grado di attivare una rapida presa di coscienza dei termini reali del progetto di unificazione europea a guida bancaria. Il risveglio della sinistra radicale è oggi ostacolato dagli errori di comprensione e valutazione che le sue élites hanno compiuto nei decenni passati. Queste, costrette dalle scelte del passato a cercare un'impossibile quadratura del cerchio con l'evidenza dei fatti, rappresentano un ostacolo formidabile ad ogni ipotesi di cambiamento di strategia. Un'occasione preziosa per stanarle e costringerle a un confronto oggettivo è l'imminente convegno "Oltre l'euro - la sinistra, la crisi, l'alternativa" che si svolgerà a Chianciano il prossimo 11/12 gennaio 2014. Questo blog (ecodellarete.net) parteciperà all'incontro realizzando le riprese integrali e interviste nel backstage, e l'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS) di cui chi scrive è socio, sarà presente con molti dei suoi militanti più impegnati. Anche alla luce degli ultimi sviluppi del congresso di Rifondazione Comunista, nonché di moltissimi segnali provenienti dall'area della cosiddetta sinistra radicale, l'appuntamento promette di essere estremamente "frizzante".

    Bene, come dice sempre l'amico Mattia Corsini, "ci vediamo in mischia".

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