L’Italia esiste fino a prova contraria, ossia fino al momento in cui nessuno si mette a elencare i vari distinguo culturali e storici che ci rendono tutti altrettanto diversi quanto uguali. Se c’è una cosa su cui invece andiamo tutti d’accordo, noi Italiani, è il cibo. Quando si parla di mangiare senza ombra di dubbio sediamo tutti alla stessa tavola e, si capisce, parliamo tutti la stessa lingua!
Come spiegare allora che la situazione meschina dell’Italia di oggi si fonda in parte su una vicenda di cibo, a seguito della quale non solo oggi viviamo in grande disaccordo ma siamo addirittura spaccati in due e ci facciamo una tale guerra da richiamare alla memoria pezzi di storia passata.
Al principio degli anni ’50 il Presidente della Repubblica era Luigi Einaudi, De Gasperi e Togliatti guidavano maggioranza e opposizione. Non c’entra nulla al momento, ma ci ritorneremo più tardi.
Al principio degli anni ’80 il Presidente della Repubblica era Sandro Pertini, Romina Power lanciava in Italia il ‘ballo del qua qua’ mentre Michael Jackson lanciava negli USA il rivoluzionario ‘Thriller’; e-mail e cellulare non erano stati ancora inventati, il SUV nemmeno, la FIAT Panda sostituiva la 127; l’italico pallone usciva devastato dallo scandalo del calcioscommesse con le squalifiche di Rossi e Giordano, Commissario Tecnico della nazionale era un tale Bearzot.
Fu la stagione del cosiddetto pentapartito di centro-destra-sinistra: democristiani, liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici insieme al governo. Rimanevano fuori dal governo le ali estreme combattive e ideologizzate: comunisti, fascisti e radicali.
Esistevano in Italia, al principio degli anni ’80, la SME e l’IRI.
La SME fu l’azienda leader del comparto agro-alimentare italiano, raggruppava marchi quali Alemagna, Autogrill, Bertolli, Cirio, De Rica, Mellin, Motta, Pavesi, Star, Surgela. Si parla, come preannunciato, di cibo!
L’IRI fu un ente pubblico, il tesoro dello Stato italiano, per decenni una tra le più grandi aziende del mondo.
Al principio degli anni ’80 l’IRI possedeva la SME che era quindi una ricchezza di tutti gli Italiani. La SME non aveva grande successo in termini di bilancio ma questo fu un problema di management, non di qualità dei prodotti.
Nel 1982 Carlo De Benedetti, ex amministratore delegato della FIAT, era Presidente della gloriosa Olivetti che in quell’anno mise in vendita il primo personal computer in competizione con IBM. De Benedetti era anche Presidente della CIR attraverso la quale controllava il gruppo editoriale L’Espresso, una delle maggiori imprese italiane nel settore dei media. De Benedetti era ed è un imprenditore legato alla sinistra moderata.
Nel 1982 Romano Prodi, professore universitario di economia politica e allievo del grande economista democristiano Beniamino Andreatta, diventò Presidente dell’IRI su nomina del repubblicano Spadolini. Sotto la sua presidenza, nel 1984, la SME raggiunse l’attivo di bilancio.
Nel 1982 Ciriaco De Mita diventò Segretario Nazionale della Democrazia Cristiana. Alla fine del decennio sarebbe diventato Presidente del Consiglio per essere sostituito da Forlani alla carica di Segretario DC. De Mita sarà uno dei fondatori dell’Ulivo, sorto nel 1996 per iniziativa di Romano Prodi, e del Partito Democratico di Veltroni nel 2007, in qualità di membro del Coordinamento Nazionale.
Nel 1982 Silvio Berlusconi, ex speculatore immobiliare, era Presidente della Fininvest che gestiva Canale 5. In quell’anno nacque il gruppo assicurativo finanziario Mediolanum, controllato da Fininvest. In quell’anno Fininvest gettò le basi per l’acquisto di Rete 4 e Italia 1, volto a spezzare il monopolio televisivo della RAI. Berlusconi era ed è un imprenditore decisionista tendente a destra, padre-padrone delle sue aziende.
Nel 1982 Bettino Craxi era Segretario del Partito Socialista fondato da Filippo Turati e attraversato negli anni ’10 dal decisionismo di Benito Mussolini. In quell’anno Craxi, abbandonato da tempo il marxismo, preparava il successo elettorale del 1983 scavando consensi a palate nella sinistra moderata e preparandosi a diventare il più longevo Presidente del Consiglio della ‘prima repubblica’ italiana.
Nel 1985 il governo italiano, il cui Presidente del Consiglio era Bettino Craxi, decise la privatizzazione del comparto agro-alimentare dell'IRI, ossia la vendita della SME, nel quadro della privatizzazione di alcune partecipazioni statali definite non strategiche.
A questo scopo il governo sondò il mondo imprenditoriale, informando tra gli altri Pietro Barilla, Michele Ferrero e Silvio Berlusconi, i quali risposero che potevano essere di loro interesse solo alcuni rami dell'azienda, essendo l'intero gruppo troppo grande e costoso. L'unico disposto ad accollarsi l'acquisto dell’intero comparto risultò Carlo De Benedetti, già a capo di Buitoni e Perugina.
Il 29 aprile 1985 Prodi, in qualità di presidente dell'IRI, e Carlo De Benedetti in qualità di presidente della Buitoni, stipulavano un accordo preliminare per la vendita del pacchetto di maggioranza della SME per 437 miliardi di lire pagabili in 4 rate. Le quotazioni di borsa di quel periodo valutavano la partecipazione dell'IRI nella SME a più di 500 miliardi mentre la capitalizzazione della SME ammontava a circa 1.300 miliardi.
Poche ore prima della scadenza per l’entrata in vigore dell’accordo arrivò un’altra offerta pari a 600 miliardi da parte di una cordata composta da Barilla, Ferrero e Fininvest (Berlusconi).
Ci furono in seguito anche altre offerte ma il governo Craxi, analizzata la situazione anche alla luce dei pareri sindacali e della situazione politica generale, decise di non vendere più la SME né a De Benedetti né a Berlusconi, né a nessuno degli altri concorrenti.
Secondo una ricostruzione politica non da tutti condivisa, la vera motivazione dell'ostilità del governo Craxi all’accordo stipulato da Prodi non era per la vendita in sé, ma per il fatto che la vendita potesse andare ad accrescere il potere economico e di pressione del gruppo De Benedetti (già coproprietario del gruppo editoriale l’Espresso) che insieme a De Mita formava il cosiddetto partito trasversale, contrapposto al cosiddetto CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) destinato a guidare la politica italiana fino al terremoto di Mani Pulite innescato dal Pubblico Ministero Antonio Di Pietro.
Nel 1988 Berlusconi decide la scalata al gruppo Mondadori, uno dei più importanti soggetti dell’editoria italiana, a quel tempo diviso tra 3 soggetti: la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR di Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton (eredi di Arnoldo Mondadori). La famiglia Fomenton firma dapprima un accordo di vendita del pacchetto azionario a De Benedetti, garantendogli così il controllo del gruppo contro Berlusconi. Poco tempo dopo i Fomenton cambiano idea e vendono il pacchetto a Berlusconi che prende il controllo di Mondadori contro De Benedetti.
De Benedetti si oppone, forte dell'accordo firmato pochi mesi prima con i Formenton, e le parti decidono quindi unanimamente di ricorrere ad un Lodo Arbitrale. L’arbitrato dà ragione a De Benedetti che insedia i suoi uomini al vertice della Mondadori. Berlusconi impugna l’arbitrato presso la Corte di Appello di Roma e riprende il controllo della Mondadori grazie ad una sentenza favorevole, dicono addomesticata a suon di tangenti (processo Lodo Mondadori).
Ma i direttori e i dipendenti di alcuni giornali si ribellano a Berlusconi e nella vicenda interviene Giulio Andreotti in qualità di mediatore. E’ così che la Repubblica, L'Espresso e alcuni periodici locali tornano alla CIR di De Benedetti, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restano alla Fininvest di Berlusconi.
Nel 1992 l’Italia era sull’orlo della bancarotta grazie alle politiche clientelari e assistenzialiste dei passati decenni. Giuliano Amato, Presidente del Consiglio e ex consigliere economico del PSI di Craxi, decise di smembrare il tesoro dello Stato, l’IRI, e venderlo a pezzi per farne quanti più soldi possibile. Cominciò l’epoca delle privatizzazioni.
L’anno successivo Prodi, in seguito alla caduta dell’impopolare governo Amato, fu in lizza per la guida di un governo tecnico. Tale incarico fu però assegnato all'allora Governatore della Banca d'Italia e futuro Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il quale richiamò Prodi a guidare l'IRI verso la dismissione. Lo smembramento e la vendita della stessa SME fruttò allora circa 2.000 miliardi di svalutatissime lire, molto di più di quanto offerto 5 anni prima da De Benedetti e Berlusconi. Molti lamentarono questa vendita come un’occasione persa per realizzare un grande gruppo alimentare italiano in grado di competere con le multinazionali straniere.
Nel 1994 Silvio Berlusconi entra in politica, fortemente sostenuto da Panorama, il Giornale e Rete 4, e vince le elezioni con l’appoggio delle destre decisioniste e populiste e degli esponenti conservatori tra i democristiani e i socialisti.
Nel 1995 Romano Prodi costituisce l’Ulivo con le forze moderate di sinistra e gli esponenti riformisti tra i democristiani e i socialisti, fortemente sostenuto da Repubblica e l’Espresso, e vince le elezioni del 1996 grazie all’appoggio delle sinistre di ispirazione marxista. Al suo fianco è un tale Walter Veltroni.
Da allora Prodi e Berlusconi si rincorrono nell’agone politico cercando quello sfondamento al centro che non riesce veramente a nessuno dei due e che si traduce nell’appoggio saltuario di certi liberal-democristiani voltagabbana quali Dini, Casini e Mastella che vendono al miglior offerente i loro pacchetti striminziti di voti clientelari capaci di fare la differenza tra i due schieramenti. L’Italia si divide quasi equamente tra i due nemici di centro, uno poco di destra, l’altro poco di sinistra, mentre le estremità politiche scompaiono pian piano nell’oscurità non-politica, nel fatto inconfutabile che nel nostro Paese non si fa più dibattito politico ma si fa avanspettacolo sulla scena del potere d’acquisto della famiglia media, quella piccolo-borghese e timorata di Dio.
De Gasperi e Togliatti, di cui si parlava a sproposito prima, erano politici veri. Facevano scelte discutibili da chicchessia ma i loro interessi economici personali non dipendevano dai risultati altalenanti del voto. Non facevano le loro scelte politiche in base ai propri interessi personali ma in base alla diversa visione del mondo, ideologizzata e peregrina, discutibile senz’altro, tuttavia politica.
Invece oggi i due schieramenti che quasi totalmente si dividono il Parlamento sono figli di Berlusconi e Prodi. Essi rappresentano storicamente due gruppi economico-editoriali contrapposti fin dalla fine degli anni ’70; due visioni del mondo entrambe legate al profitto economico, una poco di destra, l’altra poco di sinistra; due anime politiche simil-democristiane basate sulla clientela e sul favore, una poco di destra, l’altra poco di sinistra, con Andreotti a fare da spartiacque. I massimi dirigenti di partito prodiani e berlusconiani sono da decenni avvoltolati in scalate bancarie, guerre editoriali, avventure imprenditoriali, scandali giudiziari, gestioni personalizzate della cosa pubblica da SME a Alitalia. Essi combattono da anni le loro battaglie di denaro e potere sul terreno neutro della vicenda politica, davanti a un pubblico sempre più abituato a giudicare lo slogan piuttosto che il prodotto, lo status symbol piuttosto che la qualità della vita, la forma piuttosto che il contenuto, l’effetto piuttosto che la causa.
La graduatoria del PIL pro-capite è la Bibbia del 2000, ideologizzato è diventato un insulto all’avversario, come dirgli ladro o puttana.
In questa assenza di dibattito sui contenuti, in questo imperversare psichedelico di cifre incomprensibili e parole non verificabili, le une contro le altre, sono scomparse la destra politica e la sinistra politica. Restano solo figuranti di centro ben addestrati a non dire nulla, molto ben pagati per cercare e ripetere all’infinito concetti vuoti ma di bella apparenza.
Ascoltano, ora affascinati, ora indignati, i precari, i poveri, gli emarginati, i cassintegrati, i giovani che vorrebbero mettere su famiglia, i lavoratori in mobilità, i pensionati al minimo, coloro che non sanno a chi affidare il TFR, e milioni di giovani resi inconsapevoli dai gargarismi di Emilio Fede e dai suoni indistricabili di Gianni Riotta.
Tutti costoro non sanno e non possono più chiedere risposte politiche a chi governa: le risposte che si dovrebbero logicamente dare sono in conflitto con gli interessi personali di chi è là per rispondere. Lo chiamano, difatti, conflitto d’interessi.
La logica di quel che succede oggi è tutta qui: il mondo della politica è bloccato dal conflitto d’interessi, dalla vicenda SME in poi, e gli Italiani litigano per decidere se fa più ridere il film di De Laurentiis o quello dei Vanzina. Poveri stupidi. Gli Italiani, intendo! Se volessero veramente ridere a crepapelle gli basterebbe confrontare le frasi dette in Parlamento nell’ultimo trentennio con i risultati prodotti nel Paese e facilmente misurabili. Uno spettacolo da sbellicarsi per mesi e mesi e completamente già pagato per tutti. Profumatamente e da tutti gli Italiani, ma già pagato.